Note sulla candidatura di Umberto Veronesi a capo della futura Agenzia per la sicurezza nucleare
(09 agosto 2010)...continua
Il ritorno del volantino, in casella. Che ne nasca un movimento?
(12 giugno 2010)...I giornali nelle scorse settimane hanno messo in evidenza la candidatura di Umberto Veronesi a capo della futura Agenzia per la sicurezza nucleare, riportando interventi pro e contro questa ipotesi.
Mi preme ovviamente mettere in risalto l’intenzione mistificatoria che sta alla base del sostegno del governo ad una persona schierata aprioristicamente a favore dell’atomo, ma apparentemente obiettiva per la sua credibilità presso il grande pubblico in ragione dei suoi meriti scientifici nel campo dell’oncologia. Ma soprattutto voglio provare qui a riflettere sulle ragioni “in buona fede”, ma a mio giudizio profondamente estranee e inadeguate alla fase politica a cui il mondo scientifico è chiamato oggi a rispondere, che inducono persone di rilievo, come ad esempio l’oncologo Veronesi o Carlo Bernardini o Margherita Hack, ad applicare all’energia elevatissima dell’atomo e ai meccanismi delicatissimi della vita le stesse categorie del meccanicismo cartesiano e della descrizione newtoniana del mondo, che hanno improntato fino a metà del secolo scorso la gran parte della fisica, della chimica e della medicina (ma assai meno la biologia). Come mai, si direbbe, uno scienziato per nulla esperto di fisica atomica e di politica energetica, si sottopone a pesanti critiche per le affermazioni del tutto inattendibili sull’opzione atomo-sole e, contemporaneamente fomenta nelle sue interviste aspetti populistici ed irrazionali, accreditandosi come vittima, quando criticato, dell’oscurantismo degli ambientalisti?
Al fondo c’è una cultura profondamente radicata, oggi necessariamente da criticare e ridiscutere, che viene dal meccanicismo seicentesco e dalla rivoluzione industriale. Una formazione intellettuale che ha ispirato tanto l’ingegneria quanto la medicina occidentale e che ha come presupposto un approccio analitico anziché olistico al funzionamento dei sistemi sia inorganici che organici, sia artificiali che vitali, tutti ipoteticamente riparabili una volta che se ne comprenda il meccanismo di funzionamento, scomponibile in tanti minuscoli “orologi” a se stanti. Quindi, in teoria, secondo questo approccio, per lo scienziato non ci sarà mai nulla di irrimediabile, perché la conoscenza, che progredisce per definizione, rimedierà ad ogni inconveniente, riparando a seconda dei casi anche in tempi diversi i singoli componenti di un sistema. È solo questione di tempo. Come nel caso - citato da Veronesi in una intervista a “Repubblica” - della sicurezza dei reattori o delle scorie nucleari, problemi, in quanto “scientifici”, appianabili “per definizione”. Sul quotidiano il professore afferma che il rischio per la salute del ciclo nucleare è ormai “prossimo allo zero”. Ma se il rischio esiste, per quanto vicino allo zero esso possa essere, è pur sempre diverso da zero! La millantatura sta nell’espressione "prossimo allo zero" , che induce a credere che il rischio-incidente sia così remoto da non doversi neppure prendere in considerazione. E infatti, basta accampare la soluzione in futuri ipotetici reattori sicuri di “quarta generazione”, che purtroppo assomigliano, per un esperto obbiettivo e non partigiano, al ritrovamento del Sacro Graal per i sacerdoti delle saghe celtiche. Quando poi il nostro sentenzia di non aver dubbi sul ritorno in Italia del nucleare perché “la scienza smonta le paure e la maggioranza degli scienziati sta dalla sua parte”, esprime di nuovo una posizione parzialissima e “vecchia”: si tratta di una indimostrabile certezza che rimuove quel “principio di precauzione” che invece ispira la scienza più socialmente responsabile ai nostri giorni. La scienza odierna, infatti, è costretta a pensare alla vita e alla sopravvivenza prima che ad un progresso astratto che non contempli i limiti che la biosfera pone alle trasformazioni chimico-fisiche. E quando Veronesi aggiunge di essere “influenzato dalla matematica e dalla fisica” in contrapposizione al pensiero ambientalista inquinato dall’emotività, si dimentica che il nucleare non è tanto un problema di tecnologie abilitanti, quanto di tecnologie e prassi prevenienti. Il che coinvolge una quantità di discipline umane e sociali, prima ancora che tecnologiche. E da quando in qua - mi viene da dire - la scienza è questione di consenso? Mi par di ricordare che nel 1543, anno di pubblicazione della prima edizione del copernicano De revolutionibus, fosse in circolazione un'opinione "condivisa" dalla maggior parte degli "scienziati" del tempo, la quale non ebbe poi molta fortuna nei secoli successivi… La scienza è soprattutto una questione di dissenso, di continua ridiscussione anche dei principi più consolidati, di proposizione di visioni del mondo alternative, come ha dimostrato tutto il progresso da Darwin, Boltzmann, Einstein e Watson e Crick in poi.
D’altra parte, proprio in questi giorni è stato celebrato il 65° anniversario di Hiroshima. Solo a tanta distanza di tempo comincia a non sembrare più un merito, giustificabile dalla grandezza scientifica riconosciuta con un Nobel, ma una macchia il fatto che Enrico Fermi (interpellato come consulente) abbia dato il beneplacito al presidente Truman per lo sgancio della bomba contro i civili (la vicenda è ben ricostruita da parte giapponese sul sito jappone.com). Le vittime dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, nell'attualità, ci ricordano che il combustibile per le bombe viene dall'attività delle centrali elettronucleari e, del resto, la stessa vicenda iraniana è lì a dimostrarlo: la connessione tra uso militare e uso "civile" è strettissima. Eppure, perfino un professionista di grande prestigio e notorietà come il candidato a presiedere l'Agenzia per la Sicurezza Nucleare invoca le centrali atomiche senza nulla conoscere del ciclo industriale, delle ricadute sulla militarizzazione del territorio, sullo sproposito dell'impegno economico e sui costi non considerati che si protrarranno per generazioni e generazioni.
Direi che il sole è la chiave della sopravvivenza energetica del mondo, ma questo semplice dato è inspiegabilmente contrastato dai Bernardini, dai Salvini e dai Veronesi. In effetti, la politica, venduta e comprata mille volte, finge di non sapere che il sole fornisce 1.200 kwh/anno per ogni mq di territorio e sarà così praticamente per sempre.
Perché allora una discussione così fuor di merito e così marcatamente ideologica tra chi vorrebbe una fonte da fissione e chi invece opta per le fonti naturali?
Insisto a pensare che, purtroppo, si tratti di retaggi culturali difficili da intaccare in persone di una certa età e esperienza, più che dell’esito di convinzioni di merito.
Ad ogni epoca, nella nostra cultura, sono corrisposte determinate concezioni filosofiche e scientifiche dello spazio e del tempo: esse hanno determinato in parte le tecnologie proprie di quell’epoca e queste hanno, a loro volta, influenzato la percezione spazio-temporale dell’esistenza. Nel contesto della civiltà biologica dei cacciatori - raccoglitori - agricoltori - allevatori non c’era cesura tra dimensione produttiva e dimensione esistenziale: lo spazio era finito ed era l’insieme dei luoghi connessi dai cammini, mentre il territorio era popolato da sistemi biologici e da forme soprannaturali. Il tempo coincideva con quello sociale (scandito dal ciclo lunare, poi dalle festività rituali) e rifletteva o simbolizzava quello biologico. Nel rapporto con la natura l’uomo si assimilava alle altre forme viventi e la conoscenza tecnologica era empirica, pragmatica, avulsa dalla filosofia naturale; l’utensile, ad esempio, la cui introduzione nel neolitico ha segnato un salto di civiltà, era comunque una appendice inerte e limitata dell’uomo.
Nella civiltà industriale la fisica newtoniana, con gli strumenti della geometria analitica e dell’analisi infinitesimale, cominciò a descrivere invece il mondo fisico con leggi che travalicavano i limiti dei cicli naturali e rendevano possibili ritmi artificiali, regolando l’utilizzo e la trasformazione delle risorse infinite a disposizione nell’ambiente. In questo contesto culturale, così ottimista e sicuro di poter cogliere verità definitive, i tecnologi e gli scienziati sentivano di poter progettare un futuro dove il progredire della produzione e del consumo sarebbero stati comunque benefici e dove l’attività umana avrebbe portato solo ordine e progresso. Un futuro in cui l’affinamento delle conoscenze e delle tecnologie avrebbe rimediato prima o poi agli inconvenienti pratici incontrati nell’applicazione delle teorie e dei modelli scientifici, come se il principio dell’entropia potesse essere tranquillamente aggirato. I limiti della natura (risorse finite e scorie degradate e inquinanti) sarebbero stati sopraffatti inesorabilmente dalle nuove invenzioni. Non è andata così nella realtà e oggi qualcosa della descrizione della civiltà biologica torna a essere attuale e a compenetrarsi con quella della civiltà industriale. Si tratta di un avanzamento, foriero di più scienza e di più conoscenza, non di un banale “ritorno alla candela”. Comunque, il razionalismo dell’era industriale fornisce acriticamente la base di una filosofia e di una concezione del mondo e della vita naturale e sociale tutt’ora in auge in molti degli ambienti scientifici occidentali. È in questi ambienti che si stempera la critica ai pericoli derivanti per la vita e la sopravvivenza dalle attività umane più rischiose e si annega in presuntuose certezze la prudenza squisitamente scientifica della precauzione.
Per tutte queste riflessioni, dubito seriamente che un eccellente oncologo formato a quella scuola sia anche un esperto adeguato a pronunciarsi sui dilemmi energetici del nostro tempo. Proprio per i suoi meriti scientifici in una disciplina di straordinarie implicazioni umane come l’oncologia, non dovrebbe prestare la sua vanità a nessuna strumentalizzazione, come quella che potrebbe celarsi nell’offerta da parte del governo della presidenza dell’Agenzia per la sicurezza nucleare ad un “uomo di sinistra”.
Anche perché la campagna mediatica annunciata da Berlusconi a favore dei reattori acquistati da Sarkozy è cominciata, e, come sa bene il capo del governo, non importa se ciò che dici sia vero e giusto, basta che sia ripetuto in modo accattivante e perdurante. Se poi quelli che dicono che il nucleare va fatto sono più popolari e noti degli altri, anche se le argomentazioni non reggono, per il Cavaliere riusciranno a convincere gli italiani.
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