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Umberto Eco

Costruire il nemico

Testo integrale dell’intervento tenuto il 15 maggio scorso a Bologna nell’ambito del ciclo di conferenze “Elogio della politica” curato da Ivano Dionigi presso l'Università di Bologna

Anni fa a New York sono capitato con un tassista dal nome di difficile decifrazione, e mi ha chiarito che era pakistano. Mi ha chiesto da dove venivo, gli ho detto dall'Italia, mi ha chiesto quanti siamo ed è stato colpito che fossimo così pochi e che la nostra lingua non fosse l'inglese.
Infine mi ha chiesto quali sono i nostri nemici. Al mio "prego?" ha chiarito pazientemente che voleva sapere con quali popoli fossimo da secoli in guerra per rivendicazioni territoriali, odi etnici, continue violazioni di confine, e così via. Gli ho detto che non siamo in guerra con nessuno. Pazientemente mi ha spiegato che voleva sapere quali sono i nostri avversari storici, quelli che loro ammazzano noi e noi ammazziamo loro. Gli ho ripetuto che non ne abbiamo, che l'ultima guerra l'abbiamo fatta cinquanta e passa anni fa, e tra l'altro iniziandola con un nemico e finendola con un altro.
Non era soddisfatto. Come è possibile che ci sia un popolo che non ha nemici? Sono sceso lasciandogli due dollari di mancia per compensarlo del nostro indolente pacifismo, poi mi è venuto in mente che cosa avrei dovuto rispondergli, e cioè che non è vero che gli italiani non hanno nemici. Non hanno nemici esterni, e in ogni caso non sono mai in grado di mettersi d'accordo per stabilire quali siano, perché sono continuamente in guerra tra di loro, Pisa contro Livorno, Guelfi contro Ghibellini, nordisti contro sudisti, fascisti contro partigiani, mafia contro stato, governo contro magistratura – e peccato che all'epoca non ci fosse ancora stata la caduta del secondo governo Prodi altrimenti avrei potuto spiegargli meglio cosa significa perdere una guerra per colpa del fuoco amico.

Però, riflettendo meglio su quell'episodio, mi sono convinto che una delle disgrazie del nostro paese, negli ultimi sessant'anni, è stata proprio di non avere avuto veri nemici. L'unità d'Italia si è fatta grazie alla presenza dell'austriaco o, come voleva Berchet, dell'irto e increscioso alemanno, Mussolini ha potuto godere del consenso popolare incitandoci a vendicarci della vittoria mutilata, delle umiliazioni subite a Dogali e ad Adua e delle demoplutocrazie giudaiche che ci infliggevano le inique sanzioni. Si veda che cosa è accaduto agli Stati Uniti quando è scomparso l'Impero del Male e il grande nemico sovietico si è dissolto. Rischiavano il tracollo della loro identità sino a che Bin Laden, memore dei benefici ricevuti quando veniva aiutato contro l'Unione Sovietica, ha porto agli Stati Uniti la sua mano misericordiosa e ha fornito a Bush l'occasione di creare nuovi nemici rinsaldando il sentimento d'identità nazionale, e il suo potere.

Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell'affrontarlo, il valore nostro. Pertanto quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo. Si veda la generosa flessibilità con cui i naziskin di Verona eleggevano a nemico chiunque non appartenesse al loro gruppo, pur di riconoscersi come gruppo. Ed ecco che questa sera non ci interessa tanto il fenomeno quasi naturale di individuazione di un nemico che ci minaccia, quanto il processo di produzione e demonizzazione del nemico.

Nelle Catilinarie Cicerone non avrebbe avuto bisogno di disegnare una immagine del nemico perché del complotto di Catilina aveva le prove. Ma lo costruisce quando, nella seconda orazione, dipinge ai senatori l'immagine degli amici di Catilina, riverberando sul principale accusato il loro alone di perversità morale.

«Individui che bivaccano nei conviti, che stanno allacciati a donne svergognate, che illanguidiscono nel vino, pieni di cibo, incoronati di serti, cosparsi di unguenti, debilitati dalla copula, vomitano a parole che bisogna far strage dei cittadini onesti e incendiare la città. […] Li avete sotto gli occhi: senza un capello fuori posto, imberbi o con la barba ben tagliata, vestiti di tuniche sino alla caviglia e con le maniche lunghe, avvolti da veli e non dalla toga… Questi "fanciulli" così graziosi e delicati hanno imparato non solo ad amare e a essere amati, a danzare e cantare, ma anche a brandire pugnali e somministrare veleni».

Il moralismo di Cicerone sarà poi lo stesso di Agostino, che bollerà i pagani in quanto, a differenza dei cristiani, frequentano circhi, teatri, anfiteatri e celebrano feste orgiastiche. I nemici sono diversi da noi e si comportano secondo costumi che non sono i nostri.
Un diverso per eccellenza è lo straniero. Già nei bassorilievi romani i barbari appaiono come barbuti e camusi, e lo stesso denominativo di barbari come è noto allude a un difetto di linguaggio e quindi di pensiero.
Tuttavia sin dall'inizio vengono costruiti come nemici non tanto i diversi che ci minacciano direttamente (come sarebbe il caso dei barbari), bensì coloro che qualcuno ha interesse a rappresentare come minacciosi anche se non ci minacciano direttamente, così che non tanto la loro minacciosità ne faccia risaltare la diversità, ma la loro diversità diventi segno di minacciosità.
Si vedano tra i testi qui presentati i proclami contro i riti dionisiaci (di origine straniera) e quanto Tacito dice degli ebrei: profano è per loro tutto quello che è sacro per noi e quanto è per noi impuro per loro è lecito (e viene in mente il ripudio anglosassone per i mangiatori di rane francesi o quello tedesco per gli italiani che abusano d'aglio). Gli ebrei sono "strani" perché si astengono dalla carne di maiale, non mettono lievito nel pane, oziano il settimo giorno, si sposano solo tra loro, si circoncidono (si badi) non perché sia una norma igienica o religiosa, ma "per marcare la loro diversità", seppelliscono i morti e non venerano i nostri Cesari. Una volta dimostrato quanto siano diversi alcuni costumi reali (circoncisione, riposo del sabato) si può sottolineare ulteriormente la diversità inserendo nel ritratto costumi leggendari (consacrano l'effigie di un asino, spregiano genitori, figli, fratelli, la patria e gli dei).
Plinio non trova per i cristiani significativi capi d'accusa, visto che deve ammettere che essi non si impegnano a commettere delitti bensì a fare solo azioni virtuose. Li manda tuttavia a morte perché non sacrificano all'imperatore, e questa ostinazione nel rifiutare una cosa così ovvia e naturale stabilisce la loro diversità.
Nuova forma di nemico sarà poi, con lo svilupparsi dei contatti tra i popoli, non solo quello che sta fuori e che esibisce la sua stranezza da lontano, ma quello che sta tra noi, oggi diremmo l'immigrato extracomunitario, che in qualche modo si comporta in modo diverso o parla male la nostra lingua, e che nella satira di Giovenale è il greculo furbo e truffaldino, sfrontato, libidinoso, capace di stendere sul letto la nonna di un amico.

Straniero tra tutti, e per il colore diverso, è il negro. Alla voce "Negro" della Encyclopaedia Britannica, prima edizione americana (1798), si leggeva:

«Nella carnagione dei negri incontriamo diverse sfumature; ma tutti allo stesso modo si differenziano dagli altri uomini in tutte le fattezze dei loro volti. Guance tonde, zigomi alti, una fronte leggermente elevata, naso corto, largo e schiacciato, labbra spesse, orecchie piccole, bruttezza e irregolarità di forma caratterizzano il loro aspetto esteriore. Le donne negre hanno lombi molto cadenti, e glutei molto grossi, che conferiscono loro la forma di una sella. I vizi più noti sembrano essere il destino di questa razza infelice: si dice che ozio, tradimento, vendetta, crudeltà, impudenza, furto, menzogna, turpiloquio, dissolutezza, meschinità e intemperanza abbiano estinto i principi della legge naturale e abbiano messo a tacere i rimproveri della coscienza. Sono estranei a qualunque sentimento di compassione e costituiscono un terribile esempio della corruzione dell'uomo quando lasciato a se stesso».

Il negro è brutto. Il nemico deve essere brutto perché se si identifica il bello con il buono (kalokagathia), e uno dei caratteri fondamentali della bellezza è sempre stato quello che il Medioevo chiamerà poi integritas (e cioè l'avere tutto ciò che è richiesto per essere un rappresentante medio di quella specie, per cui tra gli umani saranno brutti quelli che mancano di un arto, di un occhio, hanno una statura inferiore alla media o un colore "disumano").
Ecco allora che dal gigante monocolo Polifemo al nano Mime abbiamo immediatamente il modello di identificazione del nemico. Prisco di Panion nel V secolo d.C. descrive Attila come basso di statura, con un largo torace e una testa grande, gli occhi piccoli, la barba sottile e brizzolata; il naso piatto e (tratto fondamentale) la carnagione scura. Ma è curioso come il volto di Attila sia simile alla fisionomia del diavolo quale lo vede più di cinque secoli dopo Rodolfo il Glabro, di modesta statura, collo esile, volto smunto, occhi nerissimi, fronte increspata da rughe, naso schiacciato, bocca sporgente, labbra gonfie, mento stretto e affilato, barba caprina, orecchie irsute e a punta, capelli ritti e scarmigliati, dentatura canina, cranio allungato, petto sporgente, dorso a gobba (Cronache, V,2).

Nell'incontro con una civiltà ancora ignota, sono privi di integritas i bizantini visti da Liutprando da Cremona, inviato nel 968 dall'imperatore Ottone I a Bisanzio:

«Fui davanti a Niceforo, un essere mostruoso, un pigmeo dalla testa enorme, che pare una talpa per la piccolezza degli occhi, è imbruttito da una barba corta, larga, spessa e brizzolata, ha il collo lungo un dito, ed è un vero… etiope per il colore, 'con cui non vorresti imbatterti nel cuor della notte', di ventre obeso, secco di natiche, dalle cosce troppo lunghe per la sua piccola statura, dalle gambe corte, i piedi piatti, e un vestito da contadino troppo invecchiato, fetido e scolorito a forza di indossarlo».
(Relazione della ambasciata a Costantinopoli, X sec.).

Fetido. Il nemico sempre puzza, e tale Berillon all'inizio della guerra mondiale (1915) scriveva un La polychesie de la race allemande dove dimostrava che il tedesco medio produce più materia fecale del francese, e di odore più sgradevole. Se il bizantino puzzava, puzzava il saraceno nell'Evagatorium in Terrae Sanctae, Arabiae et Egypti peregrinationem di Felix Fabri (XV secolo):

«I Saraceni emettono un certo orribile lezzo, per cui si danno a continue abluzioni di diverse sorti; e siccome noi non puzziamo, ad essi non importa che ci bagniamo insieme a essi. Ma non sono altrettanto indulgenti con gli Ebrei, che puzzano ancora di più… Così i puzzolenti saraceni sono lieti di trovarsi in compagnia di chi come noi non puzza».

Puzzavano gli austriaci di Giusti (ricordate "Vostra eccellenza che mi sta in cagnesco - Per que’ pochi scherzucci di dozzina?"):

«Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
di que’ soldati settentrionali,
come sarebbe Boemi e Croati,
messi qui nella vigna a far da pali…
Mi tenni indietro; ché piovuto in mezzo.
Di quella marmaglia, io non lo nego.
D’aver provato un senso di ribrezzo
Che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un afa, un abito di lezzo:
scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
in quella bella casa del Signore,
fin le candele dell’altar maggiore».

Non può che puzzare lo zingaro, visto che si nutre di carogne, come insegna Lombroso (L’uomo delinquente, 1876, 1, II) e puzza in Dalla Russia con amore la nemica di James Bond, Rosa Klebb, non solo russa e sovietica, ma lesbica per giunta:

«Tatiana aprì la porta e, mentre rimaneva in piedi e fissava lo sguardo in quello della donna che sedeva dietro un tavolo rotondo sotto la luce di una lampada centrale, si ricordò improvvisamente dove aveva sentito quell'odore. Era l'odore della metropolitana di Mosca in una sera calda, profumo dozzinale che dissimulava gli effluvi animaleschi. In Russia, la gente si inzuppa letteralmente di profumo, sia che abbia fatto, sia che non abbia fatto il bagno, ma soprattutto quando non l'ha fatto […].
La porta della stanza da letto si aprì e “quella Klebb” apparve sulla soglia […] Indossava una camicia da notte trasparente di crêpe de Chine arancione… da un'apertura della camicia sporgeva un ginocchio rugoso, simile a una noce di cocco giallastra, spinto in avanti in una posa classica da manichino […] Rosa Klebb si era tolta gli occhiali e si era impiastricciata il viso con uno spesso strato di belletto e di rossetto […]. Poi batté leggermente sul divano, accanto a sé. «Spegni la luce centrale, mia cara. L'interruttore è vicino alla porta. Poi vieni a sederti accanto a me. Dobbiamo conoscerci meglio».
(Dalla Russia con amore, 1957)

Mostruoso e puzzolente sarà, almeno dalle origini del cristianesimo, l'ebreo, visto che il suo modello è l'Anticristo, l'arcinemico, il nemico non solo nostro ma di Dio:

«L'Anticristo nascerà dal popolo dei giudei […] dall’unione di un padre e una madre come tutti gli uomini, e non, come si dice, da una vergine […] All'inizio del suo concepimento il diavolo entrerà nell'utero materno, per virtù del diavolo sarà nutrito nel ventre della madre, e la potenza del diavolo sarà sempre con lui…»
(Adso di Montier-en-Der, Sulla nascita e i tempi dell'anticristo, X sec).

«Questi sono i suoi tratti: la testa è come fiamma ardente, l'occhio destro iniettato di sangue, il sinistro di un verde felino, e ha due pupille, le sue palpebre sono bianche, il labbro inferiore è grande, il femore destro è debole, i piedi grossi, il pollice schiacciato e allungato».
(Testamento siriaco di Nostro Signore Gesù Cristo, I,4, V secolo).

«Avrà due occhi di fuoco, orecchie come quelle di un asino, naso e bocca come un leone, perché invierà agli uomini gli atti di follia del più delittuoso tra i fuochi e le voci più vergognose della contraddizione, facendo loro rinnegare Dio, spandendo nei loro sensi il fetore più orribile, lacerando le istituzioni della chiesa con la più feroce delle cupidigie; sogghignando con un rictus enorme e mostrando orribili denti di ferro».
(Hildegarde di Bingen, Liber Scivias III, 1, XII secolo).

Se l'Anticristo viene dal popolo dei giudei, il suo modello non potrà che riverberarsi sull'immagine dell'ebreo, sia che si tratti di antisemitismo popolare, di antisemitismo teologico o di antisemitismo borghese otto-novecentesco. Cominciamo con il volto.

«In genere hanno il volto livido, il naso adunco, gli occhi infossati, il mento sporgente e i muscoli costrittori della bocca fortemente pronunciati […] Inoltre gli ebrei sono soggetti a malattie che indicano corruzione del sangue, come una volta la lebbra e oggi lo scorbuto, che le è affine, le scrofole, i flussi di sangue […] Si dice che gli ebrei esalino sempre un cattivo odore […] Altri attribuiscono questi effetti all'uso frequente di verdure dall'odore penetrante come cipolla e aglio […]. Altri ancora dicono che è la carne d'oca, che essi amano molto, a renderli lividi e atrabiliari, dato che questo cibo abbonda di zuccheri grossolani e vischiosi»
(Baptiste-Henri Grégoire, Essai sur la régénération physique, morale et politique des Juifs, 1788).

Più tardi ci sarà chi complicherà il ritratto con aspetti fonetici e mimici, e non vi dico ancora chi sia:

«Nell'aspetto esterno dell'ebreo si trova qualcosa di straniero che ripugna sopra ogni altra cosa a questa nazionalità; con un uomo che ha un aspetto come quello non si vuole avere nulla in comune [...] Ci è impossibile immaginare che un personaggio dell'antichità o dei tempi moderni, eroe o amoroso, sia rappresentato da un ebreo senza sentirci involontariamente colpiti da quanto vi è di sconveniente, anzi, di ridicolo in una rappresentazione del genere […] Ma la cosa che più ci ripugna è il particolare accento che caratterizza il parlare degli ebrei […] Le nostre orecchie sono particolarmente urtate dai suoni acuti, sibilanti, stridenti di questo idioma. Gli ebrei usano le parole e la costruzione della frase in modo contrario allo spirito della nostra lingua nazionale […] Ascoltandoli, noi, senza volerlo, prestiamo più attenzione al loro modo di parlare che a quello che dicono. Questo punto è della maggior importanza per spiegare l'impressione prodotta soprattutto dalle opere musicali degli ebrei. Ascoltando l'ebreo che parla, noi siamo nostro malgrado urtati dal fatto di trovare il suo discorso privo di ogni espressione veramente umana […] È naturale che la congenita aridità dell'indole ebraica che ci è tanto antipatica trovi la sua massima espressione nel canto, che è la più vivace, la più autentica manifestazione del sentimento individuale. All'ebreo si potrebbe riconoscere attitudine artistica per qualsiasi altra arte piuttosto che per quella del canto, che sembra essergli negata dalla natura stessa».
(Richard Wagner, L'ebraismo nella musica, 1850).

C'è chi procede con maggior grazia, quasi ai limiti dell'invidia:

«Nei giovani l'abbigliamento deve essere posto al servizio dell'educazione. […] Se oggi la perfezione corporea non fosse respinta in seconda linea dalla nostra moda trascurata, non sarebbe possibile che centinaia di migliaia di ragazze fossero sedotte da ripugnanti bastardi ebrei dalle gambe storte».
(Adolf Hitler, Mein Kampf, 2,2).

Dal volto ai costumi, ed ecco il nemico ebreo che ammazza i bambini e si abbevera del loro sangue. Esso appare prestissimo, per esempio nei Racconti di Canterbury di Chaucer, dove si racconta di un fanciullo molto simile al santo Simonino di Trento che, mentre passa per il quartiere ebraico cantando O alma Redemptoris Mater, viene rapito, gli si sega la gola, e viene buttato dentro un pozzo.
L'ebreo che ammazza i bambini e si abbevera del loro sangue ha una genealogia molto complessa perché lo stesso modello preesisteva nella costruzione del nemico interno al cristianesimo, l'eretico. Basti un solo testo:

«A sera, quando si accendono i lumi e da noi si celebra la passione, conducono in una certa casa le fanciulle che hanno introdotto ai loro riti segreti, spengono le lampade perché non vogliono la luce a testimone delle sconcezze che avverranno, e sfogano la propria dissolutezza su chi gli capita, fossero pure sorella o figlia. Sono infatti convinti di fare così cosa grata ai demoni se violano le leggi divine che vietano il connubio con chi ha lo stesso sangue. Terminato il rito, se ne tornano a casa e attendono che siano passati i nove mesi: giunto il momento in cui dovrebbero nascere gli empi figli di un empio seme, si congregano di nuovo nello stesso luogo. Tre giorni dopo il parto, strappano i miseri figli alle loro madri, incidono con una lama affilata le loro tenere membra, raccolgono in coppe il sangue sgorgatone, bruciano i nuovi nati quando ancora respirano e li gettano su un rogo. Poi mescolano nelle coppe sangue e cenere ottenendone un orribile intruglio, con cui insudiciano cibi e bevande, di nascosto, come chi versi veleno nell'idromele. Tale è la loro comunione».
(Michele Psello, Sull’attività dei demoni, 6, XI sec.).

Talora il nemico è percepito come diverso e brutto perché è di classe inferiore. In Omero Tersite («storto, zoppo di un piede; le spalle curve e ripiegate sul petto; la testa a punta coperta di una rara peluria», Iliade, II, 212) è socialmente inferiore ad Agamennone o ad Achille e pertanto invidioso di loro. Tra Tersite e il Franti di De Amicis c'è poca differenza, brutti entrambi, Ulisse percuote a sangue il primo e la società manderà Franti all'ergastolo:

«E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama Franti, che fu già espulso da un'altra sezione […] Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise. Io detesto costui. È malvagio. Quando viene un padre nella scuola a fare una partaccia al figliuolo, egli ne gode; quando uno piange, egli ride. Trema davanti a Garrone, e picchia il muratorino perchè è piccolo; tormenta Crossi perchè ha il braccio morto; schernisce Precossi, che tutti rispettano: burla perfino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per aver salvato un bambino. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s'inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata. Non teme nulla, ride in faccia al maestro, ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si strappa i bottoni della giacchetta, e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha cartella, quaderni, libri, tutto sgualcito, stracciato, sporco, la riga dentellata, la penna mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse… Il maestro finge qualche volta di non vedere le sue birbonate, ed egli fa peggio.. Provò a pigliarlo con le buone, ed egli se ne fece beffa. Gli disse delle parole terribili, ed egli si coprì il viso con le mani, come se piangesse, e rideva».
(Cuore, 1886).

Tra i portatori di bruttezza dovuta alla loro posizione sociale stanno ovviamente il delinquente nato e la prostituta. Ma con la prostituta entriamo in un altro universo, quello dell'inimicizia o del razzismo sessuale. Per il maschio che governa e scrive, o scrivendo governa, sin dagli inizi è stata raffigurata come nemica la donna. Non lasciamoci ingannare dalle donne angelicate, anzi, proprio perché la letteratura maggiore è dominata da creature belle e dolcissime, il mondo della satira - che è poi quello dell'immaginario popolare - demonizza continuamente la femmina, sin dall'antichità, attraverso il Medioevo e sino ai tempi moderni. Per l'Antichità mi limito a Marziale (Epigrammi, 94):

«Tu sei vissuta sotto trecento consoli, Vetustilla; ti restano tre capelli e quattro denti e hai il petto di una cicala, le gambe e il colore di una formica. Porti in giro una fronte che ha più pieghe della tua stola e seni simili a tele di ragno […]. La tua vista è pari a quella delle civette di mattina e puzzi come i caproni; il tuo sedere è come quello di un'anatra rinsecchita […]. In questa vagina può penetrare solo la fiaccola funebre».

Sentite questa e poi vi dirò chi fosse l'autore:

«La femina è animale imperfetto, passionato da mille passioni spiacevoli e abbominevoli pure a ricordarsene, non che a ragionarne […]. Niuno altro animale è meno netto di lei: non il porco, qualora è più nel loto convolto, aggiugne alla bruttezza di loro; e, se forse alcuno questo negar volesse, riguardinsi i parti loro, ricerchinsi i luoghi segreti dove esse, vergognandosene, nascondono gli orribili strumenti li quali a tór via i loro umori superflui adoperano […]».

E se così poteva pensare Giovanni Boccaccio (Corbaccio), laico e scostumato, immaginatevi cosa doveva pensare e scrivere il moralista per ribadire il principio paolino che, se fosse mai possibile senza bruciare, meglio sarebbe non conoscere mai i piaceri della carne.

Oddone di Cluny nel X secolo ricordava che:

«La bellezza del corpo è tutta nella pelle. In effetti se gli uomini vedessero ciò che sta sotto la pelle, dotati come le linci della Beozia della penetrazione visiva interna, la sola vista delle donne gli riuscirebbe nauseabonda: questa grazia femminile non è che suburra, sangue, umore, fiele. Considerate quello che si nasconde nelle narici, nella gola, nel ventre: dappertutto, sporcizie... E noi che ripugniamo dal toccare anche solo con la punta della dita il vomito o il letame, come possiamo dunque desiderare di stringere nelle nostre braccia un semplice sacco di escrementi!».

Dalla misoginia che diremmo "normale" si arriva alla costruzione della strega, capolavoro della civiltà moderna. Certamente la strega era nota anche all'antichità classica, e mi limiterò a ricordare Orazio («Io stesso vidi Canidia, cinta di una veste nera, nudi i piedi e le chiome sparse, ululare con Sagana maggiore. Il pallore le aveva rese entrambe di orribile aspetto» Sermones, 8) o le streghe dell'Asino d'oro di Apuleio. Ma nell'antichità come nel Medioevo si parlava di streghe e stregoni più che altro in riferimento a credenze popolari, come fatti di possessione tutto sommato episodici. Roma ai tempi di Orazio non si sentiva minacciata dalle streghe e nel Medioevo si pensava ancora che in fondo la stregoneria fosse fenomeno di autosuggestione e cioè che la strega fosse colei che si credeva una strega, come recitava nel IX secolo il Canon Episcopi:

«Certe donne depravate, rivoltesi a Satana e sviate dalle sue illusioni e seduzioni, credono e affermano di cavalcare nottetempo certe bestie, in compagnia di una moltitudine di donne, al seguito di Diana... I sacerdoti devono costantemente predicare al popolo di Dio che queste cose sono del tutto false e che tali fantasie non sono evocate nelle menti dei fedeli dallo spirito divino bensì da quello malvagio. Satana, infatti, si trasforma in angelo della luce e prende possesso della mente di queste donnette e le domina a causa della loro scarsa fede e incredulità».

Invece è all'alba del mondo moderno che la strega inizia a congregarsi in sette, a celebrare i suoi sabba, a volare, a tramutarsi in animale, e a diventare nemico sociale tanto da meritare i processi inquisitori e il rogo. Non è questa sera che affronteremo il problema complesso della sindrome da stregoneria, se si tratti di ricerca di capro espiatorio nel corso di profonde crisi sociali, di influenze dello sciamanismo siberiano o della permanenza di archetipi eterni. Quello che ci interessa in questa sede è ancora il modello ricorrente della creazione di un nemico – modello che è analogo a quello della costruzione dell'eretico o dell'ebreo. E non basta che uomini di scienza come Gerolamo Cardano (De rerum variegate XV) nel cinquecento levassero le loro obiezioni di buon senso:

«Sono donnette di misera condizione, che vivacchiano nelle valli cibandosi di castagne e di erbe […] Perciò sono macilente, deformi, di colore terreo, con gli occhi fuori del capo, e dallo sguardo mostrano di avere un temperamento melanconico e biglioso. Sono taciturne, svagate e si differenziano poco da quelli che sono posseduti dal demonio. Sono così ferme nelle loro opinioni, che a badare soltanto ai discorsi che fanno si crederebbero vere le cose che raccontano con tale convinzione, cose che mai sono accadute né mai accadranno».

Le nuove ondate di persecuzione iniziano coi lebbrosi. Carlo Ginzburg ricorda nella sua Storia Notturna (Einaudi 1989, pp 6-8) che nel 1321 essi furono bruciati in tutta la Francia perché avevano cercato di uccidere tutta la popolazione avvelenando acque, fontane e pozzi.

«Le donne lebbrose che avevano confessato il crimine, spontaneamente o per effetto della tortura, dovevano essere bruciate, a meno che non fossero gravide; se lo erano, dovevano essere tenute segregate fino al parto e allo svezzamento dei figli, e poi bruciate».

Non è difficile identificare qui le radici di ogni processo agli untori. Ma l'altro aspetto della persecuzione citata da Ginzburg è che automaticamente gli untori lebbrosi venissero associati agli ebrei e ai saraceni. Vari cronisti riferivano voci secondo le quali gli ebrei erano complici dei lebbrosi e per questo molti di loro venivano bruciati insieme a loro.

«Il popolino si faceva giustizia da sé, senza chiamare né prevosto né balivo: chiudeva la gente nelle case, insieme al bestiame e alle masserizie, e appiccava il fuoco».

Uno dei capi dei lebbrosi avrebbe confessato di essere stato corrotto con denaro da un ebreo, che gli aveva consegnato del veleno (fatto di sangue umano, orina, tre erbe, ostia consacrata) messo in sacchetti provvisti di pesi per farli andare più facilmente a fondo nelle fontane, ma chi si era rivolto agli ebrei era stato il re di Granada – e un'altra fonte aggiungeva al complotto anche il sultano di Babilonia. Così in un solo colpo venivano fusi tre tipi di nemico tradizionale, il lebbroso, l'ebreo e il saraceno. Il richiamo al quarto nemico, l'eretico, era dato dal particolare che i lebbrosi convocati dovevano sputare sull'ostia e calpestare la croce.

Più tardi rituali del genere saranno praticati dalle streghe. Se nel XIV secolo erano apparsi i primi manuali per il processo inquisitorio mirante agli eretici, come la Practica heretice pravitatis di Bernardo Gui o il Directorium Inquisitorum di Niccolao Emeric, è nel XV secolo (mentre a Firenze Marsilio Ficino traduce Platone per ordine di Cosimo de Medici e secondo una nota parodia goliardica gli esseri umani si apprestavano a cantare "che sollievo, che sollievo – siamo fuor dal Medioevo"), è tra 1435 e 1437 che appare (poi pubblicato nel 1473) il Formicarius di Nider dove per la prima volta si parla delle varie pratiche stregonesche in senso moderno.
Nella bolla Summis desiderantes affectibus, Innocenzo VIII, nel 1484, scriverà:

«È da poco giunto alle nostre orecchie – con nostra grande sofferenza – che in alcune regioni della Germania… persone d'ambo i sessi, dimentiche della propria salute e allontanatesi dalla fede cattolica, non esitano a darsi carnalmente ai diavoli incubi e succubi, a far morire o deperire la progenie di donne, animali, dei frutti della terra (…) per mezzo di incantesimi, fatture, scongiuri ed altre odiosissime pratiche di maga […] Volendo impedire, come ci impone il nostro incarico, con opportuni rimedi che il flagello dell’eretica pravità diffonda i suoi veleni a danno degli innocenti. sia permesso agli inquisitori summenzionati Sprenger e Kramer di esercitare l'ufficio inquisitoriale su quelle terre».

E infatti, ispirato anche al Formicarius, nel 1486 Sprenger e Kramer pubblicheranno l'infame Malleus Maleficarum, Il martello delle streghe. Come si costruisse una strega ce lo dicono (un esempio tra mille) gli atti del processo inquisitorio contro Antonia della parrocchia di san Jorioz, diocesi di Ginevra, nel 1477:

«L'accusata, abbandonato il marito e la famiglia, raggiunse con Masset il luogo detto 'laz Perroy' presso il torrente… dove si teneva una sinagoga di eretici, e vi trovò uomini e donne in gran numero, i quali colà si corteggiavano, danzavano e ballavano all'indietro. Le mostrò allora un demone, chiamato Robinet, che aveva l'aspetto di un negro, dicendo: "Ecco il nostro maestro, cui dobbiamo rendere omaggio, se vuoi avere ciò che desideri". L'imputata gli domandò come doveva comportarsi… e il detto Masset le rispose: "Rinnegherai Iddio tuo creatore, e la fede cattolica e quella ruffiana della Vergine Maria ed accetterai come signore e maestro tuo questo demonio chiamato Robinet e farai a suo modo qualunque cosa lui vorrà…". Udite queste parole, l'accusata incominciò a rattristarsi e si rifiutò di farlo di prim'acchito. Ma alla fine rinnegò Iddio suo creatore dicendo: "Io rinnego Iddio mio creatore e la fede cattolica e la santa Croce, ed accetto te demonio Robinet per mio signore e maestro". E rese omaggio al demone baciandogli il piede... Quindi in dispregio di Dio buttò per terra, calpestò col piede sinistro e ruppe una croce di legno… Si fece trasportare su un bastone della lunghezza di un piede e mezzo; per recarsi alle sinagoghe essa doveva ungerlo con l'unguento contenuto in una pisside, che ne era piena, e porselo fra le cosce dicendo: "Va, va dalla parte del diavolo!" ed immediatamente veniva trasportata per l'aria con movimento veloce, sino al luogo della sinagoga. Confessa ancora che nel predetto luogo mangiarono pane e carni; bevvero vino e nuovamente danzarono; quindi, essendosi il detto demone, loro maestro, tramutato da uomo in un cane nero, lo onorarono e riverirono, baciandolo sul didietro; infine il demone, spento il fuoco che colà splendeva di fiamme verdi illuminando la sinagoga, esclamò a gran voce: "Meclet! Meclet!" ed a quel grido giacquero bestialmente gli uomini con le donne e lei con il suddetto Masset Garin».

Questa deposizione, con i vari particolari dello sputo sulla croce e del bacio sull'ano, ricorda quasi letteralmente le deposizioni del processo dei Templari che era avvenuto un secolo e mezzo prima. Quello che colpisce è che non solo gli inquisitori di questo processo quattrocentesco sono guidati nel porre le loro domande e contestazioni da quello che hanno letto in processi precedenti, ma che in tutti questi casi la vittima al termine di un interrogatorio che si ritiene alquanto serrato si convince di quanto le è stato imputato. Nei processi di stregoneria non solo si costruisce una immagine del nemico, e non solo la vittima alla fine confessa anche quello che non ha fatto, ma nel confessarlo si autoconvince di averlo fatto. Ricorderete che un procedimento analogo è narrato in Buio a mezzogiorno di Koestler – e che in ogni caso anche nei processi staliniani prima si costruiva l'immagine del nemico e poi si persuadeva la vittima a riconoscersi in quella immagine.

La costruzione del nemico induce a diventare tale anche chi avrebbe aspirato a un riconoscimento benevolo. Teatro e narrativa ci mostrano esempi di "brutto anatroccolo" che, disprezzato dai suoi simili, si adegua all'immagine che essi hanno di lui. Come esempio tipico citerei Riccardo III:

«Ma io, che non son tagliato per gli ameni spassi, né per corteggiare un amoroso specchio, io che […] sono privato di questa bella simmetria, frustrato di sembianza dalla Natura che sì mi dispaia, deforme, incompiuto, anzi tempo inviato in questo spirante mondo, appena plasmato a mezzo, e per questo così monco e contraffatto che i cani latrano di me quand’io zoppico accanto a loro; ebbene, io… non trovo altro diletto per passare il tempo se non di guatare l'ombra mia nel sole e intesser variazioni sulla mia deformità. E così, dacché io non posso far l'innamorato… son risoluto a dimostrarmi uno scellerato».
(Riccardo III, I).

Pare che del nemico non si possa fare a meno. La figura del nemico non può essere abolita dai processi di civilizzazione. Il bisogno è connaturato anche all'uomo mite e amico della pace.
Semplicemente si sposta allora l'immagine del nemico da un oggetto umano a una forza naturale o sociale che in qualche modo ci minaccia e che deve essere vinta, sia essa lo sfruttamento capitalistico, l'inquinamento ambientale, la fame del terzo mondo. Ma se pure questi sono casi 'virtuosi', come ci ricorda Brecht, anche l'odio per l'ingiustizia stravolge la faccia.
L'etica è dunque impotente di fronte al bisogno ancestrale di avere nemici? Direi che l'istanza etica sopravviene non quando si finge che non ci siano nemici, bensì quando si cerca di capirli, di mettersi nei loro panni. Non c'è in Eschilo un astio verso i persiani, la cui tragedia egli vive tra loro e dal loro punto di vista. Cesare tratta i Galli con molto rispetto, al massimo li fa apparire un poco piagnoni ogni volta che si arrendono, e Tacito ammira i germani, trovandoli anche di bella complessione, limitandosi a lamentare la loro sporcizia e la loro renitenza ai lavori faticosi perché non sopportano caldo e sete.

Cercare di capire l'altro significa distruggerne il cliché, senza negarne o cancellarne l'alterità.
Ma siamo realisti. Queste forme di comprensione del nemico sono proprie dei poeti, de santi, o dei traditori. Le nostre pulsioni più profonde sono di ben altro ordine. Nel 1968 era stato pubblicato in America un Rapporto da Iron Mountain sulla possibilità e desiderabilità della pace, di Anonimo – qualcuno lo aveva persino attribuito a Galbraith – (a cura di I.C. Lewis, Dial Press 1968). Chiaramente si trattava di un pamphlet contro la guerra, o almeno di un lamento pessimistico sulla sua inevitabiltà. Ma poiché per fare la guerra ci vuole un nemico con cui guerreggiare, la ineluttabilità della guerra corrisponde alla ineluttabilità dell'individuazione e della costruzione del nemico. Così con estrema serietà in questo pamphlet si osservava che la riconversione dell'intera società americana a una situazione di pace sarebbe stata disastrosa perché solo la guerra costituisce il fondamento dello sviluppo armonico delle società umane. Lo spreco organizzato della guerra costituisce una valvola che regola il buon andamento della società. Solo la guerra risolve il problema delle scorte; è un volano. La guerra permette a una comunità di riconoscersi come "nazione"; senza il contraltare della guerra un governo non potrebbe neppure stabilire la sfera della propria legittimità; solo la guerra assicura l'equilibrio tra le classi e permette di collocare e sfruttare gli elementi antisociali. La pace produce instabilità e delinquenza giovanile; la guerra incanala nel modo più giusto tutte le forze turbolente dando loro uno "status".
L'esercito è l'ultima speranza dei diseredati e dei disadattati; solo il sistema di guerra, col suo potere di vita e di morte, dispone la società a pagare un prezzo di sangue anche per altre istituzioni che non ne dipendono, come lo sviluppo dell'automobilismo. Ecologicamente la guerra provvede una valvola di sfogo per le vite in eccedenza; e se sino al XIX secolo vi morivano solo i membri più validi del corpo sociale (i guerrieri) mentre si salvavano gli inetti, i sistemi attuali hanno permesso di superare anche questo problema con i bombardamenti sui centri civili. Il bombardamento limita l'aumento della popolazione meglio che l'infanticidio rituale, la castità religiosa, la mutilazione forzata o l'uso estensivo della pena di morte… Infine è la guerra che consente lo sviluppo di un'arte veramente "umanistica", in cui predominino le situazioni di conflitto.

Se è così, la costruzione del nemico deve essere intensiva e costante. Ce ne offre un modello veramente esemplare George Orwell in 1984:

«Un istante appresso un fastidioso stridore, come d'un ingranaggio di qualche diabolica macchina non ben lubrificata, si fece sentire, con uno scoppio, dal grande teleschermo in fondo alla sala. Era un rumore che faceva drizzare i capelli in capo. L'Odio era cominciato.
Come al solito, la faccia di Emmanuel Goldstein, il Nemico del Popolo, era apparsa sullo schermo. S'udì qualche fischio, qua e là, fra i presenti. La donnetta dai capelli color sabbia diede in una sorta di gemito in cui erano mescolati paura e disgusto. Goldstein era il rinnegato, l'apostata che, una volta, molto tempo prima… era pure stato fra i dirigenti del Partito… ma s'era poi dato a organizzare attività controrivoluzionarie, era stato condannato a morte ed era misteriosamente evaso e scomparso... Egli era stato il supremo traditore, il primo che avesse osato profanare la purezza del Partito. Tutti i delitti che erano stati commessi in seguito contro il Partito, tutti i tradimenti, gli atti di sabotaggio, le eresie, le deviazioni, ecc. erano sorti direttamente dal suo insegnamento. Era ancora vivo, in qualche parte del mondo, e stava preparando le sue cospirazioni. […]
Il diaframma di Winston ebbe una stretta. Non poteva mai vedere la faccia di Goldstein senza provare un misto di emozioni che gli dava una specie di malessere. Era una magra faccia da ebreo, con una grossa aureola di capelli bianchi e crespi e una piccola barbetta da capra: una faccia da persona seria, ma in cui pure si poteva leggere qualche cosa di moralmente vile e spregevole, mista a una sorta di stupidità senile concentrata in quel suo naso lungo e affilato in cima al quale stava appoggiato un paio d'occhiali. Sembrava la faccia d'una pecora, e anche la voce aveva un qualche carattere pecorino. Goldstein stava sferrando il suo solito velenoso attacco alle dottrine del Partito… domandava l'immediata conclusione della pace con l'Eurasia, chiedeva libertà di parola, libertà di stampa, libertà di riunione, libertà di pensiero, e strillava, quasi in un accesso d'isterismo, che la rivoluzione era stata tradita. [...]
Prima ancora che fossero passati una trentina di secondi d'Odio, incontrollabili manifestazioni di rabbia ruppero fuor da una metà del pubblico nella sala…. Durante il suo secondo minuto, l'Odio arrivò fino al delirio. La gente si levava e si rimetteva a sedere con gran rimestio, e urlava quanto più poteva nello sforzo di coprire il belato di quella voce maledicente che veniva dallo schermo. La donnetta dai capelli color sabbia era diventata rossa come un peperone e apriva e chiudeva la bocca come un pesce tratto fuor d'acqua… La bruna dietro a Winston aveva cominciato a strillare: "Porco! Porco! Porco!" e tutt'a un tratto afferrò un pesante dizionario di neolingua e lo scaraventò sullo schermo. Questo andò a colpire diritto il naso di Goldstein e poi ricadde a terra: la voce continuava inesorabile. In un momento d'improvvisa lucidità, Winston si accorse che anche lui stava strillando come tutti gli altri, e batteva furiosamente i tacchi contro il piolo della sedia. La cosa più terribile dei Due Minuti d'Odio non consisteva tanto nel fatto che bisognava prendervi parte, ma, al contrario, proprio nel fatto che non si poteva trovar modo di evitare di unirsi al coro delle esecrazioni… Una fastidiosa estasi mista di paura e di istinti vendicativi, un folle desiderio d'uccidere, di torturare, di rompere facce a colpi di martello percorreva l'intero gruppo degli astanti come una sorta di corrente elettrica, tramutando ognuno, anche contro la sua stessa volontà, in un paranoico urlante e sghignazzante».

Non è necessario raggiungere i deliri di 1984 per riconoscerci come esseri cha hanno bisogno di un nemico. Le recenti elezioni ci hanno mostrato quanto può la paura dei nuovi flussi migratori. Allargando a una intera etnia le caratteristiche di alcuni suoi membri che vivono in una situazione di marginalizzazione, si sta oggi costruendo in Italia l'immagine del nemico rumeno, capro espiatorio ideale per una società che, travolta in un processo di trasformazione anche etnica, non riesce più a riconoscersi.

La visione più pessimistica in proposito è quella di Sartre in Huis clos. Da un lato possiamo riconoscere noi stessi solo in presenza di un Altro, e su questo si reggono le regole di convivenza e mansuetudine. Ma più volentieri troviamo quest'Altro insopportabile perché in qualche misura non è noi.
Così che riducendolo a nemico ci costruiamo il nostro inferno in terra. Quando Sartre chiude tre defunti, che in vita non si conoscevano, in una camera d'albergo, uno di essi capisce la tremenda verità:

«Guardate che cosa semplice: insipida come una rapa. Non c'è tortura fisica, va bene? Eppure, siamo all'inferno. E nessun altro deve arrivare, qui. Nessuno. Fino alla fine, noi tre soli, insieme... Manca il boia… Hanno realizzato una economia di personale. Ecco tutto… Il boia, è ciascuno di noi per gli altri due».

(18 maggio 2008)