Note sulla candidatura di Umberto Veronesi a capo della futura Agenzia per la sicurezza nucleare
(09 agosto 2010)...continua
Il ritorno del volantino, in casella. Che ne nasca un movimento?
(12 giugno 2010)...Il mio libro di Natale è Morti di Sonno di Davide Reviati, Coconino Press, 2009.
È un romanzo a fumetti, un graphic novel, come si dice, ma non è solo una storia, è un vero romanzo.
Un romanzo dove sono a) dei personaggi – un gruppo di ragazzini, e dunque di caratteri, personalità diverse, ben descritte e dove si agitano fantasmi di amicizia e affetti che mai indugiano nel sentimentale; b) un luogo d’azione, il villaggio fra Ravenna e gli stabilimenti del petrolchimico ANIC che ospita i suoi dipendenti;c) le vicende che si snodano in quel luogo in uno stretto giro di anni – dieci? dodici? che segnano la trasformazione di quei sei bambini in giovani e adulti.
Sia chiaro: di Natale neanche l’ombra, e forse la mia idea dispiacerà all’autore. Per me questo è un libro di Natale perché se c’è un pensiero che il Natale comunque porta è l’idea dell’infanzia, del Bambino. Il Bambino, qualunque cosa se ne pensi, e proprio indipendentemente dalla religione, è una promessa, la promessa di un futuro, la promessa di un divenire reale di qualcosa che ancora non è stato. Il frutto di un fiore sconosciuto, perché nuovo; e il desiderio di tutto questo è così profondamente radicato e necessario da sopravvivere a tutto, persino alla realtà, alla cronaca, alla mercificazione dell'infanzia, alla sua strumentalizzazione...
Nelle belle pagine del libro di Reviati quella potenza si scatena nelle tante partite di calcio: la vita esplode su quei campetti dove si evocano tutti i sogni di gloria, la potenza del gesto e del gioco, il rischio di farsi male, la Vita nella sua dimensione epica e panica, totale. E poi il lavoro delle relazioni, la comprensione dell’altro che avviene solo grazie a una prossimità, a una vicinanza, tutto nei bei disegni e nelle parole misurate - e a varie dimensioni, quasi a tradurre i tanti registri vocali- proprio come nei migliori romanzi di formazione.
E poi c’è poi un’azione, anzi una Presenza, tremenda, non detta, ma allusa.
Se l’intero mondo è restituito dalla prospettiva del protagonista, Rino-Koper, sono le non-azioni la parte più presente nel libro, che pure sono appunto più evocate che descritte; come negli incubi si evita di guardare quello che fa davvero paura da vicino: così di questa presenza se ne vedono solo gli effetti, i risultati, un fiume che puzza, persone di cui si racconta la morte, la sparizione, una crisi di follia, la malattia, un pianto.
Il villaggio è quello voluto da Enrico Mattei, che nella storia d’Italia ha un suo posto d’onore come imprenditore e protagonista dello slancio economico degli anni Cinquanta/Sessanta, un posto però pieno di punti di domanda, data la sua morte tragica in un incidente aereo.
Ed è anche una figura che evidentemente misura nel libro la contraddizione di una ricchezza realizzata a carissimo prezzo, di un’imprenditoria considerata «illuminata» che non ha esitato ad erigere cattedrali mostruose e nefaste, a segnare malamente la vita futura di territori, acque, animali, persone, bambini.
Insomma, questo luogo è una trappola: è una trappola di sicurezza, una trappola che dà pane e lavoro a chi ci vive, e perfino bosco e verde ai suoi giovanissimi bambini.
Ma una trappola resta pur sempre una trappola.
Questa condizione di chi vive di pane e veleno; la costrizione di chi accetta di venire a patti con qualcosa che non si può o non si riesce a contrastare; la latitanza del rispetto e della dignità che pesa su tutto il libro; la presenza prepotente del desiderio – trattenuto, esploso nel gioco e nella corsa – e il libro sa dire questa dimensione in cui il corpo gioisce e pensa davvero; la sapienza con cui sono dosati i non detti ed è cadenzato il racconto, mai didascalico; il tradimento dell'infanzia ad opera di un’intera società di adulti incapace di rinnovare davvero nulla; il desiderio di scappare ben oltre quel campo di calcio, al quale comunque si vuol bene; la tristezza dei padri e l’impotenza delle madri; il fatto di essere un libro “di maschi” con qualche rara presenza femminile, quasi a reclamare una riscossa di quel desiderio, di quella vitalità che dal campo di calcio deve trasferirsi al mondo reale.
Tutti questi pensieri sono frutto di questa lettura e fanno per me, di questo libro, uno splendido libro di Natale. Vinca il Bambino.
(24 dicembre 2009) | PAGINA | 1 |
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