MARIO AGOSTINELLI

Sviste

Note sulla candidatura di Umberto Veronesi a capo della futura Agenzia per la sicurezza nucleare

(09 agosto 2010)

...continua

MARIO AGOSTINELLI

La visione economica della Lega e la trappola del federalismo fiscale

Collegare la pretesa del federalismo fiscale con una ipotesi di politica economica centrata sull'impresa e sull'eversione del principio di uguaglianza sociale su scala nazionale: è l'assunto di queste note, estratto di un intervento in uscita il 10 luglio prossimo su "Alternative per il Socialismo".

(05 luglio 2010)...

RHEDA ZIONE

Genuino Clandestino - sotto con le sottoscrizioni!

Un film-documentario sul movimento di resistenza contadina e sulla diffusione di mercatini periodici per lo scambio di prodotti alimentari e per il sostegno ai piccoli produttori.

(21 giugno 2010)...

ROSSANA DI FAZIO

Scrivilo al tuo vicino!

Il ritorno del volantino, in casella. Che ne nasca un movimento?

(12 giugno 2010)...

MONICA DEMATTè

Montagne di tè

Questa pagina odora di montagna; vi si racconta del Monte Wuyi (Fujian), di conoscenza, del pericolo costuituito dal connubio scellerato che potere e il denaro riservano quando hanno per obiettivo appunto solo altro potere e altro denaro (non si riesce quasi mai a parlare veramente d'altro). Ci si respira comunque aria e spazio, quello che serve in questi giorni davvero stretti e scellerati.

(28 maggio 2010)...

Lavori in Corso

I numeri delle donne

Vittorio Beonio Brocchieri

L'oblio condiviso

Il razzismo incoffessabile degli italiani

"La difesa della razza" (1938-1943), copertina

Da sempre gli stati hanno moltiplicato a fini politici e pedagogici giornate della memoria, dedicate, appunto alla commemorazione degli eventi, più o meno fausti, considerati fondativi dell’identità collettiva. In Italia, in particolare, negli ultimi anni abbiamo assistito a un proliferare di giornate ufficiali della memoria e del ricordo, che dovrebbero aiutarci a consolidare, o ad aggiornare la nostra memoria storica e quindi la nostra identità collettiva e i valori sui quali essa dovrebbe fondarsi: 27 gennaio in ricordo dell’Olocausto; 10 febbraio in ricordo delle vittime delle foibe; 12 novembre, giornata del ricordo delle vittime militari e civili nelle missioni di pace e altre, ufficiali e ufficiose che al momento mi sfuggono. Questo rinnovato attivismo commemorativo, dopo una stasi di alcuni decenni, corrisponde evidentemente alla volontà di riformulare il profilo dell’italianità all’indomani della svolta rappresentata dalla caduta del Muro e, sul piano nazionale, della fine della prima repubblica.
Il controllo e la manipolazione della memoria hanno evidenti implicazioni politiche Ma in un passo del suo celebre saggio Che cos’è una nazione, Ernest Renan affermava che l’identità di una nazione riposa sulla condivisione non solo della memoria ma anche dell’oblio. Dimenticare insieme è altrettanto importante che ricordare insieme, ovvero commemorare. Ed è per questo, continua Renan, che «il progresso degli studi storici può spesso risultare dannoso alle nazioni», perché la storia riporta alla luce le violenze, le ingiustizie, o semplicemente il caso, che sono quasi sempre all’origine delle formazioni politiche. «L’unità è sempre raggiunta attraverso la brutalità», e un ottimo esempio è fornito proprio dalla storia di Francia, nella quale l’unione fra il Nord e il Sud «fu il risultato di una guerra di sterminio e di un regno del terrore durato per quasi un secolo».

Di “giornate dell’oblio” ovviamente non se ne parla. Istituire delle giornate per commemorare ciò che sarebbe opportuno dimenticare è un ovvio controsenso. E forse, almeno nel nostro caso, nel caso italiano, non se ne sente neppure la necessità. Se infatti da più parti si lamenta il deficit o la fragilità di “una memoria condivisa” che unisca gli italiani, sull’altro versante, quello dell’oblio, siamo messi molto meglio. Si potrebbe dire, esagerando un po’ ma non troppo, che l’Italia è tenuta insieme soprattutto da una nutrita serie di “oblii condivisi”, di rimozioni bipartisan. Tra questi oblii condivisi vorremmo oggi ricordarne uno in particolare che ha a che fare proprio la giornata che ricorda le vittime dell’olocausto. L’oblio del razzismo italiano. Partiamo dunque dall’articolo 1 delle legge 211 del 20 luglio 2000 che ha istituito la Giornata della Memoria:

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

La prima osservazione da fare è che, nonostante il testo della legge lo prevedesse espressamente, il ricordo della corresponsabilità degli italiani nel varo di una legislazione razzista e nella persecuzione e nello sterminio degli ebrei è stata quasi sempre relegata in secondo piano. Nel sentire comune, così come si è andato sedimentando fin dall’immediato dopoguerra, gli italiani si sono sentiti o oppositori o, quanto meno vittime, della guerra, dell’occupazione e delle persecuzioni naziste. Quasi mai hanno riconosciuto una loro complicità e, tanto meno, una loro attiva partecipazione. Tutt’al più c’è stato qualche silenzio di troppo, riscattato però, almeno così si dice, da tanti, piccoli o grandi gesti di solidarietà individuale, talvolta di eroismo. Di fatto neppure la giornata della memoria è servita a mettere in discussione il complesso fenomeno della rimozione, dell’oblio, del razzismo italiano. La condivisa convinzione che gli italiani non solo non siano razzisti – come sentiamo ripetere quotidianamente in occasione di fatti come quelli di Rosarno, di Castel Volturno o di tanti altri – ma che non lo siano mai stati, che il razzismo sia qualcosa di radicalmente estraneo, incompatibile con la loro identità e con la loro storia.
Questo convincimento poggia su una serie di premesse più o meno esplicite. La prima è quella della assoluta diversità fra antisemitismo razziale moderno e il tradizionale antigiudaismo cattolico. È questo un presupposto essenziale alla tesi dell’estraneità dell’Italia al fenomeno razzista, dato che il cattolicesimo costituisce una componente primaria dell’identità italiana. Ma è un presupposto quantomeno discutibile, sia dal punto di vista teorico, che da quello storico. È vero che alcuni elementi di discontinuità sono evidenti, prima fra tutti il carattere biologico, e quindi materialista e (pseudo)scientista, dell’antisemitismo nazista, carattere sempre duramente condannato dalla Chiesa cattolica. È però anche vero che non mancano gli elementi di continuità storica e di contiguità ideale fra antigiudaismo e antisemitismo. Il più significativo è forse la visione – antichissima – degli ebrei come motore occulto di un complotto contro la società cristiana, nell’ambito di una complessiva interpretazione cospirativa della storia che attribuisce loro – in combutta, di volta in volta con lebbrosi, musulmani, eretici, illuministi, liberali o comunisti – la responsabilità di tutte le catastrofi, dalla peste alle rivoluzioni francese e russa, abbattutesi sulla cristianità.
La seconda premessa è quella della marginalità delle tematiche razziste all’interno dell’ideologia del fascismo italiano. Le leggi razziali sarebbero solo la conseguenza, deprecabile, della crescente subalternità politica e culturale del fascismo al suo ingombrante alleato tedesco. Infine, l’ultimo tassello di questa strategia autoassolutoria, consiste nell’attribuire comunque al solo fascismo le responsabilità della legislazione razziale e del collateralismo con il nazismo nello sterminio. Se il razzismo è stata solo una parentesi, non inevitabile, della parabola del fascismo, il fascismo stesso è stato a sua volta, una parentesi nella storia italiana. Il fascismo ha finito così per giocare il ruolo della bad company, sulla quale scaricare tutte le passività della recente storia patria: autoritarismo, razzismo, colonialismo, guerra e sconfitta.

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