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Marco Sioli

Il collasso di Haiti

una storia politica oltre la tragedia

Frantz Zephirin, Aristide, 2000

Non c'era bisogno del terremoto per devastare Haiti. L'economia del paese del vodou è in ginocchio da decenni. Come se sulla metà dell'isola dell’antica Hispaniola si fosse combattuta una lunghissima guerra. Haiti è sempre più misera e sempre più popolata. Da quattro milioni di persone del 1961 siamo passati a più di otto milioni di oggi. Gli haitiani vivono con un reddito medio di seicento dollari l'anno e sono i più poveri dell'emisfero occidentale, due terzi di loro sopravvivono solo grazie ad un'agricoltura di sussistenza e grazie agli aiuti umanitari. A questo punto possiamo chiederci se forse siano proprio gli aiuti umanitari, come è stato recentemente affermato anche per quanto riguarda molte aree dell’Africa, ad essere il vero problema.

Non parlo degli aiuti giunti sull’isola dopo il terremoto, parlo delle associazioni che erano già presenti sull’isola e che sono state a loro volta travolte dal terremoto. Il terremoto è arrivato e ha amplificato una situazione difficile, così come era avvenuto durante la rivolta degli schiavi alla fine del Settecento, e ha riportato l’attenzione su un’isola dimenticata. Basta leggere i libri di storia per farsi un’idea della situazione geologica dell’isola e capire subito che il terremoto è una costante nell’area di Port-au-Prince. Ci si può chiedere al massimo perché oggigiorno non vengano costruiti almeno gli edifici pubblici – la Casa bianca haitiana, gli alberghi internazionali, i supermercati – tenendo presente questo particolare stato critico del sottosuolo haitiano.
Problemi antichi che si ripropongono nel presente e che hanno messo in ginocchio un territorio martoriato. Il prevedibile, ma non previsto, terremoto si è sovrapposto ai mali più antichi di Haiti come la sovrappopolazione e il saccheggio delle risorse da parte delle corporations. Da un lato il piccolo contadino haitiano che con il fazzoletto di terra che usa per sfamarsi non riesce a sviluppare una produzione diffusa e competitiva con le altre economie, dall’altro le multinazionali che esportano il legno, causa non secondaria della deforestazione di Haiti. I pochi prodotti pregiati da esportazione come i manghi, il caffè, la canna da zucchero e il rum rimangono ancora nelle mani delle élite locali. L’80 per cento della forza lavoro non ha un’occupazione formale, circa la metà degli haitiani è analfabeta e il 22 per cento è sieropositivo. Per anni chi si è interessato di ecorazzismo ha letto rapporti sui residui degli inceneritori di Philadelphia sparsi sulla spiaggia di Gonaives come fertilizzanti.

Chi sono i responsabili di questo sfacelo. In primo luogo le dittature. Dopo le prime elezioni a suffragio universale, nel 1957 giunse al potere Francois “Papa Doc” Duvalier che nel 1964 si dichiarò presidente a vita. Alla morte, nel 1971, di Duvalier successe il figlio diciannovenne Jean-Claude, “Baby Doc”. Il giovane neo-presidente, a vita anche lui, rimase al potere per quindici anni e venne deposto nel 1986 dopo una serie di sanguinose rivolte contro il governo, che usava i temibili Tonton Macoute, le milizie paramilitari che rispondevano direttamente al dittatore e prendevano il nome da uno spirito cattivo che rapisce i bambini.

Nel 1991, Jean-Bertrand Aristide fu il primo presidente eletto democraticamente, ma fu deposto poco dopo da un colpo di stato. Seguirono tre anni segnati dal brutale controllo di una dittatura militare. Nel 1994, l'intervento americano riportò Aristide al potere. Due anni dopo, fu la volta di René Preval, ma Aristide ritornò al potere nel 2001. Tre anni dopo, il governo di Aristide fu deposto da un colpo di stato e il presidente fuggì prima in Giamaica e successivamente in Sudafrica. Ancora una volta sono intervenuti militarmente gli Stati Uniti per riportare l'ordine nel paese nominando un giudice della Corte Suprema come presidente. Le elezioni del 2006 hanno riportato René Preval alla presidenza, ma non senza tumulti e rivolte.
In un panorama segnato da tanta instabilità e assenza totale di governo non c'è da meravigliarsi se Haiti sia ridotta allo stremo anche dal punto di vista idrogeologico. La mancanza di lavori pubblici e di processi di ri-forestazione ha reso le condizioni di vita della gente comune sempre più difficili. Riprendendo una citazione dell’ultimo romanzo di Madison Smart Bell dedicato alla rivolta di Toussaint Louverture, Il Napoleone nero (Alet, 2004), possiamo affermare: «Succederà di nuovo. Non avrà mai fine. Perché le persone che comandano non conoscono la storia».

Haiti e gli Stati Uniti
Da parte degli Stati Uniti, con il primo presidente afroamericano Barack Obama, abbiamo assistito a un grande impegno nella raccolta di fondi. Ma ci possiamo chiedere dove andranno tutti questi soldi. Sicuramente finanzieranno l’esercito americano che sta nuovamente militarizzando Haiti. E qui la storia ci viene in aiuto a partire dal blocco navale del 1804 dopo l’indipendenza da Thomas Jefferson, terrorizzato dall’idea che la rivolta potesse espandersi nel sud schiavista, di cui era uno strenuo difensore. Ad Haiti viene inviato poi un leader afroamericano del calibro di Frederick Douglass come ambasciatore nell’isola, nel 1889, per convincere i governanti a ospitare una base navale americana. Poi l’occupazione militare dal 1914 al 1935. Il continuum di interferenze degli Stati Uniti nella politica di Haiti è proseguito con truppe che hanno cercato di sovvertire un presidente democraticamente eletto come Bertrand Aristide, e truppe che hanno cercato di riportarlo ad Haiti.
Abbiamo da un lato la generosità dei cittadini americani, dall’altro la presenza di un esercito che nelle prime giornate di presenza sul territorio è parso quasi un esercito di occupazione. Un’occupazione pacifica, ma sempre una militarizzazione a difesa degli interessi statunitensi nell’isola, che ha oscurato e spesso messo in secondo piano gli altri paesi che hanno cercato di aiutare Haiti dopo il terremoto. I quattrocento dottori cubani presenti sull’isola non hanno fatto notizia e l’ospedale da campo di Medici Senza Frontiere, in arrivo all’aeroporto di Haiti, è stato dirottato su quello di Santo Domingo. Inizialmente sono stati i militari statunitensi a prendere il controllo dell’aeroporto di Haiti in una sorta di prosecuzione della dottrina Monroe. Lapalissiano è il fatto che Haiti è ormai un tassello della sfera di influenza statunitense nei Caraibi. Come Grenada era stata un’azione di guerra voluta da Reagan nel 1983, così questa iniziativa appare come un’azione di pace voluta da Obama: entrambe tuttavia hanno contribuito a ristabilire il controllo statunitense nell’area dei Caraibi. «Non abbiamo bisogno di soldati, non c’è una guerra qui» ha affermato Patrick Elie, l’ex ministro della difesa del governo di Aristide, ma la sua è una voce che grida nel deserto.
Nonostante le divise mimetiche, quello di Obama è sicuramente un esercito di pace, anche se in cerca di una visibilità nel mondo globale mediadico. Salvare vite umane, aiutare i bambini, le donne e gli uomini sono le priorità di questo esercito. Ma alla fine, come si chiedeva un dottore di un ospedale per bambini di Denver, in Colorado, catapultato ad Haiti per portare soccorso, le tende che contenevano gli aiuti erano tutte attorno all’aeroporto. Perché lì, e non nella città, non verso l’epicentro del terremoto lungo la costa da Carrefour a Léogâne? La risposta era chiara: in queste zone non poteva essere garantita la sicurezza degli operatori e dunque i piccoli villaggi sono rimasti abbandonati. Mentre si scavava ancora dove si poteva pensare che ci fossero degli occidentali – gli alberghi, i supermarket, le case dei quartieri residenziali – i morti neri sono rimasti nelle strade per giorni in un numero imprecisato. Chi dice 50.000, chi 100.000, chi 200.000. L’assenza di un’anagrafe sul territorio è disarmante per il futuro di Haiti. Il settore pubblico, attivo durante la presidenza di Aristide, ci appare completamente dissolto.
Poi i saccheggi e gli sciacalli che rovistano nelle case distrutte. Ancora una volta Haiti è diventato il luogo della barbarie e del primitivismo. Quello che Roberto Cagliero e Francesco Ronzon nel loro libro Spettri di Haiti. Dal colonialismo francese all’imperialismo americano (Ombre corte, 2002) hanno definito «il lato oscuro dei Caraibi» mantiene il suo aspetto gotico e spettrale. Per Pat Robertson, telepredicatore americano, il terremoto è la punizione divina per il massacro dei bianchi compiuto da Dessalines, successore di Toussaint Louverture, secondo i dettami della Costituzione di Haiti del 1804 che identificava i neri come cittadini e i blanc come non cittadini.
Proprio in Léogâne, la città la cui chiesa aveva ospitato il matrimonio di Dessalines, antica di cinquecento anni, le persone hanno scavano con le mani o con strumenti rudimentali, coperti di polvere e di cemento, alla ricerca di parenti o di amici, solo per dargli una sepoltura più dignitosa. Nessun aiuto è arrivato a Léogâne, ci riferisce Amy Goodman, la celebre giornalista di Democracy Now! The War and Peace Report. La gente è disperata, ma pacifica: le persone vagano da una famiglia all’altra e continuano a ripetere «siamo nelle mani di Dio». Dappertutto donne e bambini sdraiati a terra. Migliaia di persone nella piazza centrale chiedono acqua. Ma i responsabili dei soccorsi sembrano più preoccupati della sicurezza piuttosto che di portare aiuto alle persone. Da un lato l’assenza delle forze governative, «l’anarchia del governo», dall’altro la forza della comunità, e delle persone del vicinato che si aiutano l’un l’altro. Mentre i giornalisti famosi cercano la celebrità e le ONG visibilità nelle immagini televisive, le singole comunità sono ben organizzate a livello locale e cercano con coraggio di aiutarsi vicendevolmente.
Più critico Danny Glover, il regista del film Toussaint sulla rivoluzione haitiana la cui uscita è prevista proprio nel 2010: «Sono stato rappresentante dell’UNICEF per più di dodici anni e penso che sia disgustoso il modo in cui le Nazioni Unite si siano accostate al problema… e come permettano agli Stati Uniti di scegliere il campo da gioco per quello che sta succedendo ad Haiti.» Per Glover «sia Clinton, sia Bush hanno delle responsabilità nella democratizzazione di Haiti e in una certa misura nel tipo di politiche neoliberali che hanno governato lo sviluppo di Haiti negli ultimi venti anni». Ancora una volta, come scrive Benjamin Dangl, «le corporations, i mercenari privati, Washington e il Fondo Monetario Internazionale stanno usando la crisi del terremoto per fare profitti, promuovere le politiche neoliberiste impopolari e per estendere il controllo militare ed economico sul popolo haitiano» ("Profiting From Haiti's Misery", al sito www.counterpunch.org/dangl01192010.html).

(01 febbraio 2010)