Note sulla candidatura di Umberto Veronesi a capo della futura Agenzia per la sicurezza nucleare
(09 agosto 2010)...continua
Il ritorno del volantino, in casella. Che ne nasca un movimento?
(12 giugno 2010)...Il grimaldello del federalismo fiscale
Del federalismo fiscale viene sempre celebrata la funzione taumaturgica di responsabilizzazione del meccanismo della spesa. Di conseguenza, la rottura dell'unità nazionale scivola dal versante eversivo della secessione per approdare alla “moderna necessità” di riformare lo Stato. Lasciando intendere che la riunificazione del Paese - non più data dai diritti di cittadinanza per tutti sanciti dalla Costituzione - è opzionale e possibile solo a valle del processo di privatizzazione dei beni comuni fondamentali come sanità, istruzione e mercato del lavoro, con la loro ridislocazione in ambito regionale, a seconda delle “capacità fiscali” dei residenti e sulla base di un modello sociale che abbandona la solidarietà e l’uguaglianza per abbracciare un regionalismo competitivo e a geometria variabile. A fare da apripista di questo autentico sconvolgimento è stata Regione Lombardia che, con l'appoggio di una parte cospicua delle forze di centrosinistra che avevano dato origine all'Unione, Ds e Margherita in primis, ha presentato nel 2008 una proposta di legge al Parlamento aggressiva, egoistica e priva di respiro nazionale. Il modello lombardo, fondato sul consumo del patrimonio collettivo, annaspa, è a corto di risorse, ha necessità urgente di trattenere molti più soldi sul territorio, anche a discapito dell’universalità dei diritti in ambito nazionale. In base a queste spinte, il federalismo alla lombarda ha già provato, in modo “bipartisan” e con l’opposizione solo della sinistra radicale, a rompere quell'equilibrio tra le regioni che oggi la nostra Carta garantisce e che le lotte sindacali e democratiche di tutto il dopoguerra hanno contribuito a rafforzare. Ma il progetto Calderoli, che oggi sta alla base della realizzazione del federalismo fiscale evita davvero gli eccessi lombardi che l’hanno ispirato e non avrebbe di fatto pesanti ripercussioni direttamente sulla prima parte della Costituzione? Le premesse di un'ulteriore frattura sociale ci sono tutte, perché prevalgono la pretesa di autosufficienza dei territori più ricchi e, soprattutto, viene introdotto il principio di sussidiarietà, che apre al privato lo spazio di erogazione delle prestazioni legate ai livelli essenziali di assistenza. Una chiara vittoria di quella impostazione economica della Lega che ho illustrato nei paragrafi precedenti. Se abbracciamo al buio il federalismo fiscale di Calderoli, occorre sapere bene quale è il patto sociale in essere che andiamo a stravolgere. Oggi la spesa pubblica totale è spalmata, pro-capite in euro, su tutte le regioni italiane in maniera molto uniforme. E questo significa che i diritti e le condizioni dei singoli cittadini - che abitino a Centocelle o ai Parioli a Roma, o che abitino a San Siro o in via Montenapoleone a Milano - è abbastanza uniforme, poiché, dal punto di vista dell'intervento dello Stato, c'è al massimo una diversa ripartizione tra spesa locale e spesa statale, con il fondo perequativo (messo in discussione dal federalismo fiscale nella sua entità e natura) in grado di riequilibrare le situazioni. Infatti i più ricchi contribuiscono all’estensione dei diritti ai più poveri in base all’art. 3 della Costituzione, che rimuove gli impedimenti sociali alla realizzazione dell’uguaglianza del cittadino. In questo caso attraverso la progressività dell’imposta fiscale personale, per cui il flusso va dal più ricco al più povero, non, come si blatera, da una regione all’altra. Oggi le tasse non appartengono al territorio: appartengono allo Stato, che ha un compito di giustizia sociale e redistributiva tra tutti i suoi cittadini. Quindi, il gettito non è dei cittadini residenti. I quali hanno sì maggiore “capacità fiscale” al Nord rispetto al Sud, ma sono in credito semplicemente perché sono mediamente più ricchi, non più generosi. Oggi il meccanismo di perequazione funziona tanto tra un cittadino ricco della Lombardia e un povero della Basilicata, quanto tra il lombardo ricco e il lombardo povero. Questo patto, che ha alla base la progressività fiscale estesa a tutto il territorio nazionale, oggi viene divelto. Le comunità territoriali più ricche, che oggi versano di più allo Stato proprio per consentirgli un carattere non residuale sul welfare e sul lavoro, con il federalismo fiscale indietreggeranno rispetto alle politiche sociali nazionali, mentre apriranno le porte alla concorrenza pubblico-privato in materia di servizi. Non stiamo parlando di un castello astratto, ma di un legame stretto tra il contesto fiscale, quello finanziario e quello istituzionale con enormi risvolti sul piano politico e sociale. Messo così, il federalismo fiscale è espressione della politica autoritaria dei forti posta in antitesi sia al governo dal basso sia ad un federalismo municipale che libererebbe più partecipazione e stimolerebbe un controllo diretto. Siamo di fronte al colpo più duro sferrato alla nostra Costituzione di democrazia sociale, che alimenta pericolosissime e forse tragiche tentazioni in tempo di crisi: tanto più con una Europa sociale allo sbando e con una Merkel che adombra un modello di relazioni a diversa velocità tra territori forti e deboli e tra monete che allontana la prospettiva dell’uguaglianza anche dal modello sociale “renano” che abbiamo cercato di proporre al resto del mondo in competizione.
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