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Amelia Cidro

Il fuoco buono di Bachelard

Note su roghi e lumini

"Scrivendo sulla candela, vogliamo poter godere di dolcezze d'anima. Bisogna avere vendette da compiere per immaginare l'inferno. Nelle creature d'incubo v'è un complesso delle fiamme infernali che non vogliamo in nessun modo alimentare."
(Gaston Bachelard, La fiamma di una candela, p.20)

Non è difficile rammentare al lettore quella contraddittoria sensazione che prese tutti, commentatori e spettatori ammutoliti, alla visione stupefacente e terrificante delle Twin Towers in fiamme. L'immaginazione correva attraverso innumerevoli associazioni, interrogando con gli occhi e senza parole il senso di quelle fiamme, grattacieli accesi come torce, persone che cercavano di salvarsi come i dannati dall'Inferno.

Fratelli de Limbourg, Inferno (part.), Libro d'Ore del duca di Berry, 1416 ca.


La contemplazione del fuoco provoca un incantamento che non è forse del tutto estraneo al fascino esercitato dalla guerra: ascoltavo un illustre commentatore - un professore di scienze politiche dell'università di Torino - ricordare la valenza "estetica" che il termine latino bellum esprime per definire la guerra e rilevare tale attrazione come il fatto più irriducibile e impermeabile a qualunque ragionamento che dimostri, pur senza difficoltà, la devastazione che essa implica e la sua sostanziale vanità.
È qualcosa, questa presunta bellezza, che si può accettare di godere nella sua traduzione estetica: chi non ricorda Apocalypse Now? C'è forse una bellezza delle bombe? I futuristi italiani, alcuni di loro, avrebbero detto di sì, così snob, così concentrati - "arsi" potremmo dire, ardenti, arditi - dal desiderio estetizzante di un nuovo che passa dalla "purificazione" di qualunque traccia "passatista"; inneggiare ai roghi è come bruciare davvero? I roghi degli inquisitori (e anche quei falò di libri di palazzi, di case, che avrebbero segnato l'affermarsi delle dittature) esprimevano con la forza del fuoco un terrore dell'antico come del nuovo, forse solo di qualunque principio di contraddizione.
Altri (gli ingenui, i bambini) avrebbero guardato le bombe meditando, incantati e impauriti nel vedere la morte al lavoro in una veste tanto stupefacente. Si vede bene nell'inizio di Laissez Paisser di Bertand Tavernier: "Cosa sono quelle, bombe? Sembrano stelle"; ai tempi della prima guerra del Golfo non erano pochi a guardare nel televisore quella specie di fuochi artificiali abbattersi tanto lontano.

Questo incantamento potrebbe essere facilmente messo in relazione all'attrazione per la contemplazione di qualcosa che pertiene all'origine delle cose, e degli esseri viventi: il ventre lavico della terra, il big bang, il vivere bruciando, per parlare delle immagini più originarie, fino agli aspetti culturali più condivisi e legati al fuoco: i roghi, il fuoco che purifica, il fuoco che porta la luce, la fenice che risorge dalla proprie ceneri, le metafore poetiche dell'ardere d'amore, così indovinate e straordinariamente fuori moda.

Il pudore di Bachelard
Il giro delle associazioni sul fuoco è così facile che ci si vergogna persino un poco ad accennarvi.

Gaston Bachelard (1884-1962)


Ma è per arrivare al lavoro di Gaston Bachelard che mi sono permessa questi cenni, perché nelle sue approfondite disamine dedicate ai quattro elementi (cfr. anche l'articolo di Massimo Leone) egli si è rivolto al fuoco in tre diverse occasioni1, a intervalli di molti anni: la sua attenzione per lo spazio illuminato dalla candela ha finito per costituire una figura del suo lavoro e del suo stile di conoscenza.

"Sempre bruciando, la fiamma deve reinfiammarsi, tener fede, contro una materia inerte, al comandamento della propria luce. Se avessimo l'orecchio più fine, potremmo udire tutti gli echi di queste agitazioni intime. La vista permette facili unificazioni. Al contrario, i brusii della fiamma non si possono riassumere. La fiamma dice tutte le lotte che è necessario sostenere per mantenere un'unità." (Ibidem, p. 45)



L'ostinazione con cui ritorna su questo tema mi sembra legato proprio a quell'incantamento che egli collega allo stato della rêverie (che potremmo tradurre, imprecisi, con fantasticheria, immaginazione o "sogno ad occhi aperti") e che a lui appare lo stato più fecondo per interrogare l'immaginario poetico, oggetto di tutte le sue ricerche.

" [...] Il sognatore è al suo tavolino; è nella mansarda; accende la sua lampada. Accende una candela. Accende la sua bugia. Allora mi ricordo, allora mi ritrovo: anch'io, come lui, veglio. Studio come lui studia. Il mondo è per me, come per lui, il libro difficile rischiarato dalla fiamma di una candela. Perché la candela, compagna della solitudine, è soprattutto la compagna del lavoro solitario. La candela non rischiara una cella vuota, rischiara un libro.
Solo, di notte, con un libro rischiarato da una candela - libro e candela, doppia isola di luce, contro le tenebre doppie dello spirito e della notte.
Io studio! Non sono altro che il soggetto del verbo studiare.
Pensare, non oso.
Prima di pensare, si deve studiare.
Solo i filosofi pensano prima di studiare.
Ma la candela si spegnerà prima che il libro difficile venga capito. Non bisogna perder nulla del tempo di luce della candela, delle grandi ore della vita studiosa.
Se alzo gli occhi dal libro per guardare la candela, io non studio, io sogno.
Allora le ore fluttuano nella veglia solitaria. Le ore fluttuano tra la responsabilità di un sapere e la libertà delle rêverie."
(ibidem, p.53)


La solitudine è essenziale e costitutiva a questo lavoro di Bachelard: un intero capitolo è dedicato alla solitudine e il libro si chiude come piegando sul senso e sullo stile del proprio lavoro, tutto compreso e descritto nello spazio rischiarato dalla "lampada".

Georges de La Tour, Maddalena penitente (part.) 1640.


Quella citazione che ho scelto per aprire queste note rappresentava forse il tentativo di tener fuori ed escludere quasi "moralmente" la dismisura del fuoco, l'immaginazione della guerra, la distruzione che si fa passare per purificazione, il ritorno al caos originario e funesto, perché incontrollabile. Bachelard voleva tenere lontano questo, per naturale avversione alla violenza, per ritegno da una forza troppo lontana da un' autentica immaginazione poetica, e piuttosto frutto di una ragione non resa docile - e più sapiente - dalla rêverie, ma offuscata da un pensiero primitivo, inarticolato, dalla follia della "massa" (il suo primo libro sul fuoco è del 1938).
In una piccolissima nota a margine, ripresa nella raccolta pubblicata in Poetica del Fuoco, l'autore scrive:

"[...] La psicologia del fuoco che divora la tunica di Nesso avrebbe potuto essere più ricca di dettagli, più approfondita. Ma non ho il temperamento psicologico che occorre per sviluppare una psicologia dell'atrocità" (Poetica del Fuoco, p. 139)


E però forse Bachelard avrebbe dovuto (dovremmo) accettare la sfida, interessarsi alla portata infernale del fuoco, che dovrà essere compresa e spiegata e che non può essere del tutto chiusa fuori da una porta, a rischio di divenire indicibile e incontrastabile. Magari per una strada faustiana, che sembra profilarsi appena oltre le dolcezze delle rêverie, nel connubio che lega il fuoco agli inferi e alla luce: quella relazione che tiene un individuo e una fiamma in compagnia di un libro da interrogare, dentro un attimo incantato in cui si consuma, fra tutti questi fattori, e a dispetto della ben nota "vanità delle vanità" (saperi, piaceri, certezze), una invidiabile intimità.

"Ma per il saggio che io immagino, l'insegnamento della fiamma è più grande di quello della sabbia che sprofonda [nella clessidra, n.d.a.]. La fiamma chiama chi veglia ad abbandonare il tempo dei doveri, il tempo delle letture, il tempo del pensiero. Nella fiamma anche il tempo si mette a vegliare. (La fiamma di una candela, p.31)


Note

1. Psychanalyse du feu, 1938; La fiamma di una candela, 1996, Milano / (La flamme d'une chandelle, 1961); Poetica del fuoco, frammenti di un lavoro incompiuto (1988, postumo), red, Como 1990

(01 ottobre 2002)