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Roberta Bartoletti

Sulle tracce di una invenzione

Viaggi e pellegrinaggi mediatici

Può capitare, muovendosi lungo una delle tante strade che congiungono la Via Emilia al Po e che attraversano paesaggi e paesi tipici della pianura padana, di trovarsi come riportati indietro nel tempo, di fronte a un cartello di benvenuto che accoglie i passanti alle soglie di un paese come tanti.

Peppone e Don Camillo

Brescello è appunto un paese come tanti, uguale a molti altri centri della bassa, non solo reggiana; chiunque abbia trascorso la sua infanzia o tempi più o meno mitici della propria biografia nella pianura padana può, credo, facilmente riconoscere luoghi e modi di vita della provincia, e in qualche modo sentirsi a casa.
A me Brescello ricorda il paese di mia nonna e di mia madre, un luogo dove difficilmente ci si reca per spirito di avventura, un luogo dove semplicemente si vive (il che comunque non è certo poca cosa).
Per me Brescello era semplicemente un paese lungo la strada verso un'altra meta - il grande fiume, un ristorante dove volevo ritornare - ma nei miei ricordi era anche vagamente associato a immagini di vecchi film, che raccontavano storie di gente di altri tempi.
L'auto non si ferma di fronte al cartellone sbilenco e fuori scala, che nella memoria mi è rimasto impresso in bianco e nero, ma il cordiale "Benvenuti nel paese di Peppone e don Camillo" costringe a una sosta nel centro del paese, la piazza senza la quale nessun insieme di case potrebbe definirsi tale.

Cosa fa di Brescello il paese di Peppone e don Camillo? L'uomo dalla cui fantasia i due personaggi sono stati creati non era nato a Brescello, ma in un paese i cui luoghi e la cui gente probabilmente non erano molto diversi. Si narra che fu il regista francese della serie di film ispirati ai romanzi di Guareschi a scegliere Brescello come set cinematografico, all'inizio degli anni Cinquanta. Un set cinematografico in forma di città, con tutti i suoi abitanti (o perlomeno molti di loro). La vita, i racconti e l'economia di un paese per circa quindici anni sono così strettamente legati alle vicende di due personaggi immaginari.
Immaginari sì, nel senso che non è mai veramente esistito un parroco di nome don Camillo che parlava con il Cristo crocifisso nella sua chiesa, e nemmeno il suo rivale, sindaco comunista e un po' testone. Ma anche se non sono mai nati, i caratteri e le storie di questo prete e di questo sindaco sono più reali di molte altre storie, emergono dai ricordi mitici di Guareschi, sono il racconto di un tempo e delle sue genti. Con l'intervento di un narratore1.
Se la storia finisse qui, si potrebbe dire che Peppone e don Camillo sono gli eroi di una recente mitologia paesana, personaggi immaginari che sono stati incorporati nella storia fondante di un luogo, fondante la sua identità, storie che ne segnano la specificità, il carattere2.
Ma la visita a Brescello smorza il senso di tenerezza verso questo passato un po' mitico, e mostra invece un presente abbastanza prosaico. L'aleggiante presenza di Peppone e don Camillo è schiacciata dalla didascalica installazione di due statue di bronzo che li rappresentano ai lati opposti della piazza; bar, pizzerie, osterie e quant'altro sottolineano fin troppo che quello è "il paese di..." e, per finire, girando l'angolo si trova il luogo della museificazione del mito, dove tutto è catalogato e dotato di legenda 3. Per chi non lo sapesse, per chi non ricordasse.

Perché dedicare tante parole a questa storia? Perché Brescello è un luogo perfetto per osservare processi di ben più ampia portata e rilevanza, che investono il senso dei luoghi e del nostro viaggiare. Da cui la piccola Brescello esce ancora relativamente indenne, forse proprio grazie al suo essere un paese come tanti, e di scarso interesse per i flussi turistici più avanzati.
Brescello sarà anche un paese in un angolo sperduto della pianura, ma da un certo punto di vista è all'avanguardia: mostra una connessione di crescente rilevanza tra immaginario dei media e industria turistica, che negli ultimi quindici, vent'anni sta emergendo con grande e nuova forza.
Una nuova frontiera del turismo consiste infatti nel passaggio dalla vendita di prodotti alla vendita di emozioni e questo vale per il turismo come per ogni altro settore dell'economia. Non si tratta più solo semplicemente del passaggio dal valore d'uso al valore di scambio dei luoghi, investiti da un progressivo processo di mercificazione. I luoghi diventano materia prima per la produzione di esperienze emotive, a carattere effimero, evenemenziale. E per le nuove forme di turismo emozionale i media offrono risorse cruciali: dal loro immaginario il mercato può infatti attingere per creare nuove occasioni di produzione di valore aggiunto.
Le storie e le immagini prodotte da letteratura, cinema, televisione e nuovi media sono elementi portanti dell'immaginario collettivo contemporaneo, e ne rispettano i tratti principali: da un lato, sono largamente note e condivise, e quindi supportano la comunicazione e la sua riproduzione, dall'altro sono agganciate alle forme dell'immaginazione individuale, anche per la loro capacità e prassi di ripescare forme e contenuti mitici per poi riprodurli e tradurli secondo le proprie logiche. All'immaginario collettivo di un luogo e della sua gente, fatto di immagini, storie e simboli che sono costitutivi della sua identità, si sovrappone dunque un immaginario dei media, che pur attingendo esso stesso dai contenuti del primo, risponde alle proprie logiche e al proprio codice. E in questo modo i media svolgono per la società nel suo complesso una funzione fondamentale, quella di produrne la memoria, selezionando per essa cosa dimenticare e cosa ricordare4. E per il sistema economico, e in particolare per il turismo, compiono un lavoro importante ai fini della sua riproduzione (perché si continuino a comprare e vendere viaggi, souvenir, cartoline e quant'altro).

Cartolina dal 'paese di Heidi'


Un esempio lampante di questa deriva dell'industria turistica è costituito dalla creazione di Heidiland e Heididorf, la regione e il paese di Heidi, nelle Alpi svizzere5. Si tratta delle montagne dove intorno alla metà dell'Ottocento la scrittrice Johanna Spyri trascorreva le sue vacanze e che avrebbero successivamente ispirato l'ambientazione della storia letteraria di Heidi.
Il merito dell'invenzione del nome Heidiland va attribuito al direttore dell'Ufficio del Turismo di San Moritz, che nel 1979 ne deposita il marchio. Ma dal punto di vista promozionale evidentemente l'associazione fra la elitaria regione di San Moritz e un'umile bambina di montagna appare problematica, e così il marchio rimane inutilizzato fino al 1997, quando i diritti vengono ceduti alla regione di Bad Ragaz, nella Svizzera nord-orientale, e a una catena di ristoranti lungo l'autostrada. Nello stesso anno il comune di Maienfeld, escluso per pochi chilometri da Heidiland, ne rivendica l'appartenenza inaugurando la "Casa di Heidi - l'originale" (protetta anch'essa da marchio depositato), che solo in quell'anno conta 15.000 visitatori, di cui un quarto giapponesi. Nel 2000 i visitatori di Maienfeld sono diventati 60.000, di cui la metà giapponesi.
Cosa distingue Heidiland e Heididorf dalla miriade di tutte le altre regioni e paesi alpini? Il radicamento in un immaginario fortemente supportato dai media, in particolare nelle molteplici traduzioni (film, serial televisivi, cartoni animati, fumetti) di un classico della letteratura per l'infanzia, che già da solo conta circa 20 milioni di copie vendute nel mondo in una cinquantina di lingue diverse. Tra le molteplici versioni, di particolare rilevanza l'anime giapponese pensato a metà degli anni Settanta per il mercato europeo, che riattualizza il mito di una bambina semplice, capace di un rapporto spontaneo e autentico con la vita e la natura. E spiega la sproporzionata affluenza di turisti dal Giappone, per i quali la Heidi disegnata funziona quasi da mediatore culturale tra Oriente e Occidente.
La traduzione turistica dell'immaginario su Heidi prevede quindi immersione in paesaggi naturali, contatti diretti con animali, gesti, luoghi e sapori di altri tempi, un paradiso bucolico per adulti e bambini. L'industria del turismo offre le emozioni di un viaggio nel passato, un passato mitico non ancora contaminato dalla modernità. Un mito che funziona universalmente, per tutti gli abitanti della modernità. Un mercato potenzialmente globale, supportato dai media globali.
L'industria turistica ha quindi prodotto un luogo capace di offrire modi di essere ed emozioni di un passato esso stesso immaginario, che può essere riattualizzato a richiesta: i viaggi nel virtuale, si sa, non hanno necessariamente bisogno di molta tecnologia.
A questo punto qualcuno potrebbe sollevare un'obiezione. A chi non è capitato di fare un viaggio trascinato da un romanzo letto con passione, alla ricerca di immagini, atmosfere e tipi umani già vissuti mentalmente? E di costringersi, ad esempio, a prendere un affollato traghetto per le isole di Hyéres, al largo della costa mediterranea francese, per godersi un bicchiere di bianco nei tavolini all'aperto di un caffè a Porquerolles? Magari, approfittando dell'aria aperta per fumarsi la pipa, senza il rischio di indispettire i vicini di tavolo. Se non è capitato a voi, conoscerete probabilmente qualcuno che ha viaggiato in questo modo6. E che pur facendo questo, non si sente turista, quanto piuttosto viaggiatore.
Che differenza c'è, allora, tra viaggi sulle tracce del commissario Maigret, viaggi a Brescello all'inseguimento di Peppone e don Camillo ed escursioni nelle Alpi di Heidi? Una differenza sottile, che dipende molto anche dal punto di vista.
Dal punto di vista del viaggiatore, credo che viaggi come quello a Porquerolles possano essere assimilati ai viaggi di formazione che non si compiono più, come nei secoli passati, all'interno di un progetto di educazione preciso e istituzionalizzato (in particolare, inserito in un contesto di classe sociale), ma che seguono percorsi individualizzati, relativamente più autonomi dalle appartenenze sociali e culturali. Le emozioni che si provano, le esperienze che si fanno, hanno un senso per il viaggiatore, per lui e non per altri, e in qualche modo lo nutrono (simbolicamente). Viaggi così, possono condurre anche a Brescello7.
Dal punto di vista dell'industria turistica, sapere che ci sono viaggiatori che si muovono sulla spinta di queste emozioni può far venire in mente di organizzare vacanze sulle tracce del commissario Maigret, predisponendone le prove - targhe che certificano "Maigret ha mangiato qui", "Maigret ha dormito qui"8. Questi viaggi organizzati potranno essere per qualcuno viaggi di formazione? Credo sia molto difficile, ma non mi sentirei di affermare che sia impossibile.

La distinzione tra un immaginario emotivo fondante e un immaginario prodotto dai media, che in qualche modo altera i luoghi, trasformandoli in vettori di emozioni prodotte altrove, dà quindi nuovi contenuti anche alla distinzione tra viaggiatore e turista.
E getta forse una luce un po' sinistra sulla figura del turista. Che si presenta come un bonificatore di luoghi, corresponsabile della obliterazione del loro carattere, della loro specificità, che deve lasciar spazio ad una fruizione di emozioni di superficie, che non possono farsi carico del lavoro di stratificazione del tempo. Anche perché il turista, dal punto di vista dell'industria del viaggio, deve essere sempre pronto a ripartire, non può stabilire legami troppo profondi con i luoghi che visita, perché gli impedirebbero di continuare il suo mestiere.
Il turismo emozionale, producendo emozioni di cui tutti devono poter godere, annulla le matrici tradizionali dell'appartenenza - la nascita e la stratificazione delle esperienze e del vissuto, che producono l'attaccamento a un luogo e l'identità.
I turisti vengono addirittura associati da Marc Augé ai militari, in quanto entrambi fanno dei luoghi dei nonluoghi nel senso credo più interessante del termine, di luoghi senza memoria, o meglio, senza una memoria del primo tipo. Includono i luoghi in un processo incessante di generalizzazione, che investe miti e storia9. Non è forse un caso che la figura del turista sia stata scelta come prototipo dell'inclusione nella società globale10.
Il viaggio della tarda modernità, il viaggio del turista, diviene allora un viaggio che percorre luoghi neutralizzati, che perdono individualità e specificità, che si generalizzano per rendere possibili emozioni costruite altrove e sempre più mediate. Così almeno nelle intenzioni dei sistemi turistici.

A Porto Empedocle, sulla costa siciliana, comitive di turisti snobbano chiese e palazzi barocchi per andare alla ricerca della casa tarocca del commissario Montalbano, protagonista di una serie di racconti gialli di Camilleri reso famoso soprattutto dalla serie televisiva a lui dedicata (peccato che la casa si trovi in un altro comune, in provincia di Ragusa). È tanta la fama di questo commissario immaginario che gli stessi amministratori locali hanno deciso di ribattezzare il comune: dalla primavera del 2003, Porto Empedocle porta come secondo nome quello di Vigata, con il benestare del romanziere11. E nei bar del paese si vendono gli arancini di Montalbano. Siete sicuri di non volerli assaggiare?

Note

1. Sul mito come "passato condensato in storia fondante" cfr. in particolare Jan Assmann, La memoria culturale, Einaudi, Torino, 1997.

2. Credo che ciò sia dimostrato anche dal fatto che la lotta politica attuale tra giunta cittadina e opposizione si richiami ancora a queste due figure come se fossero realmente vissute; lo testimoniano ad esempio alcuni articoli comparsi tra il 26 e il 28 marzo 2002 su "La Padania".

3. Le due statue nella piazza centrale di Brescello sono state inaugurate nel giugno 2001, mentre il museo è stato fondato da un'associazione di privati nel 1989. Si tratta quindi di azioni relativamente recenti, quando la progressiva scomparsa dei protagonisti diretti può mettere in pericolo la memoria.

4. Cfr. Niklas Luhmann, La realtà dei mass media, Angeli, Milano, 2000.

5. I rispettivi siti sono www.heidiland.com e www.heidi-swiss.ch."

6. Se a Porquerolles, spinto dalla lettura di Il mio amico Maigret, di Georges Simenon, la cui prima edizione risale al 1949.

7. Questo suggeriscono diversi siti Internet di entusiastici viaggiatori privati che si sono recati a Brescello e documentano le loro esperienze ed emozioni.

8. Il che peraltro si è già realizzato.

9. Si veda l'articolo di Marc Augé, Sotto le macerie anche le parole, "Il Manifesto", 6 aprile 2003, che scrive: "Il nonluogo della guerra è quello dei turisti con tanto di casco e armi blindate, missili e aiuti alimentari, che si stupiscono, fuori da casa loro, di non essere più a casa loro", mentre "coloro che hanno coscienza di essere aggrediti, invasi, scoprono improvvisamente il proprio attaccamento allo spazio nel quale vivono. E ne fanno un luogo, accettano di legarlo a un passato comune, di esprimere solidarietà che ancora poco prima non erano affatto scontate. In altri termini, prendono coscienza della loro identità".

10. Ad esempio Zygmunt Bauman costruisce la coppia dicotomica di turisti e vagabondi che nel panorama contemporaneo penso possano ben esemplificare la distinzione tra inclusi ed esclusi della società - mondo. Cfr. Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari, 1999.

11. Stefano Bartezzaghi, Il sogno di essere un luogo da romanzo, "La Repubblica", 29 aprile 2003.

(01 agosto 2003)