MARIO AGOSTINELLI

Sviste

Note sulla candidatura di Umberto Veronesi a capo della futura Agenzia per la sicurezza nucleare

(09 agosto 2010)

...continua

MARIO AGOSTINELLI

La visione economica della Lega e la trappola del federalismo fiscale

Collegare la pretesa del federalismo fiscale con una ipotesi di politica economica centrata sull'impresa e sull'eversione del principio di uguaglianza sociale su scala nazionale: è l'assunto di queste note, estratto di un intervento in uscita il 10 luglio prossimo su "Alternative per il Socialismo".

(05 luglio 2010)...

RHEDA ZIONE

Genuino Clandestino - sotto con le sottoscrizioni!

Un film-documentario sul movimento di resistenza contadina e sulla diffusione di mercatini periodici per lo scambio di prodotti alimentari e per il sostegno ai piccoli produttori.

(21 giugno 2010)...

ROSSANA DI FAZIO

Scrivilo al tuo vicino!

Il ritorno del volantino, in casella. Che ne nasca un movimento?

(12 giugno 2010)...

MONICA DEMATTè

Montagne di tè

Questa pagina odora di montagna; vi si racconta del Monte Wuyi (Fujian), di conoscenza, del pericolo costuituito dal connubio scellerato che potere e il denaro riservano quando hanno per obiettivo appunto solo altro potere e altro denaro (non si riesce quasi mai a parlare veramente d'altro). Ci si respira comunque aria e spazio, quello che serve in questi giorni davvero stretti e scellerati.

(28 maggio 2010)...

Lavori in Corso

I numeri delle donne

Margherita Marcheselli

Neuroni mirror Fare e pensare

Intorno a Giacomo Rizzolatti dell'università di Parma, è riunito un gruppo di studiosi che da qualche tempo si dedica ad un'area del cervello dei primati superiori, l'area F5, che sembra ospitare dei neuroni particolari. Li hanno chiamati "mirror neurons", neuroni-specchio. Questi neuroni, infatti, si attivano sia quando il soggetto compie una certa azione (comportamento caratteristico in generale dei normali neuroni motori) sia quando, ed è questa la cosa strana, il soggetto vede qualcun'altro fare la stessa azione; sia, ancora, nel caso in cui il soggetto senta un rumore associabile direttamente all'azione stessa.
Uno degli esperimenti riportati in queste ricerche registrava l'attività cerebrale in 3 situazioni differenti:
a) nel momento in cui le scimmie sottoposte all'esperimento strappano un foglio di carta;
b) quando vedono qualcuno strappare un foglio di carta
o, infine:
c) allorché sentono il rumore di un foglio di carta strappato senza vedere chi lo stia strappando.
Sempre, in tutti questi casi, registrando l'attività cerebrale, l'area implicata risultava essere l'area F5 della corteccia cerebrale, risultato verificabile anche rispetto ad altre azioni, quali, ad esempio, rompere una nocciolina.
Assodato, poi, che l'area attivata è la medesima, Rizzolatti e collaboratori si sono occupati di determinare se siano rilevabili delle differenze di intensità in funzione dei vari tipi di compito. Pare che:
a) il solo suono riconducibile all'azione (S) attivi gli stessi neuroni, ma in modo meno intenso;
b) il solo vedere l'azione (V) , senza il suono, non produca alcuna attivazione;
c) il vedere e il sentire insieme (V+S) producano una attivazione che ha la stessa intensità prodotta dal fare l'azione (M).
Lo studio ha inoltre evidenziato che questi neuroni si attivano in gruppetti, dedicati a certi tipi di operazioni. I tre tipi di gruppetti che sono stati sicuramente isolati grazie agli esperimenti eseguiti sono preposti alle operazioni di "afferrare", "trattenere", "strappare".
La cosa è piuttosto curiosa e di sicuro interesse per gli specialisti, ma assume un interesse più generale se si pensa che l'area F5 della corteccia cerebrale delle scimmie corrisponde, nell'uomo, all'area 44 di Broodman, la cosiddetta area di Broca: un'area che presiede alle funzioni del linguaggio.
La lesione dell'area di Broca provoca una afasia specifica che consiste in una riduzione della capacità di espressione: vengono mantenute le capacità di comprendere il linguaggio, ma molto ridotte quelle di emissione: a seconda della gravità si va da una semplificazione dell'eloquio fino ad una incapacità totale di espressione linguistica (senza che vi siano, ovviamente, lesioni delle corde vocali o altro).
La sovrapposizione in un'unica area, l'area F5 analoga all'area di Broca, appunto, di due importanti funzioni quali quella della produzione del linguaggio e quella del controllo di movimenti di precisione in cui sono implicate le mani, in quanto principali agenti di una relazione appropriata con gli oggetti (afferrare, trattenere, strappare), offre nuove riflessioni su alcuni aspetti essenziali del linguaggio e della modalità di conoscere dell'uomo (e delle scimmie). Proviamo a esaminarne alcune:
1) l'uso delle mani è stato probabilmente il vero e significativo salto evolutivo per la razza umana; da lì abbiamo cominciato ad evolvere parti di cervello che poi abbiamo utilizzato anche per altro;
2) il linguaggio ha le sue radici nel fare, nel manipolare; è un'agire, un modo di operare; per questo, forse, cercare di localizzare nelle aree cerebrali operazioni mentali di base, analoghe al prendere, al trattenere con le mani, così come hanno provato o provano a fare le teorie della metodologia operativa non è inutile. Le ricerche in cui Ceccato parlava dell'attenzione che rende presente un presenziato e di una specie di memoria che mantiene uno stato attenzionale semplice e ne aggiunge un altro, oppure lo lascia e ne costituisce uno nuovo, legandolo successivamente, tentando così di ricostituire per livelli di complessità successivi tutto l'apparato categoriale umano; oppure quelle di Vaccarino, che, con un approccio un po' diverso, parla di sostantività e di aggettività e di verbità come operazioni di base del linguaggio da cui poi si generano tutti i possibili significati; o ancora altri diversi tipi di "operativismi" - ad esempio quello di Bridgman che pone la riduzione ad operazioni molto concrete come un fondamento della semantica - possono essere utilmente assunti e rinnovati nell'ambito delle neuroscienze, dove sarebbe auspicabile poter procedere a sperimentazioni volte a rintracciare aree cerebrali dedicate a certe operazioni di base del linguaggio e del pensiero, in modo da comprendere quali siano queste operazioni e come interagiscano tra loro per dare origine ai pensieri più complessi.

Ma le scimmie di Rizzolatti vengono ulteriormente messe alla prova: vengono loro sottoposti degli strumenti atti a svolgere un compito (la ricerca non specifica quale strumento o quale compito: possiamo immaginarci il solito bastone per raggiungere la solita altrimenti irraggiungibile banana). La scimmia attiva l'area F5 durante lo svolgimento del compito e attiva la stessa area anche se vede lo strumento soltanto (e quindi, presumibilmente, nell'atto in cui si immagina di svolgere l'azione con quello strumento), anzi, in questo caso - nell'atto di immaginare - si rileva addirittura una maggiore intensità di attivazione dell'area stessa. Ciò può indurre ad ulteriori riflessioni:
1) l'immaginare è una preparazione effettiva al fare; l'antica sapienza (tipica della tradizione zen, ma non solo) che suggerisce di immaginare il bersaglio già raggiunto per raggiungerlo, quella consapevolezza che cogliamo a volte negli occhi di chi è teso verso un obbiettivo (un calciatore verso il goal, lo scalatore verso la vetta) sono il risultato di un processo interiore che è emotivo e mentale allo stesso tempo e che è reso possibile dalla nostra struttura cerebrale: nel prepararci a raggiungere uno scopo, nell'immaginarci l'obbiettivo da raggiungere, attiviamo quella aree cerebrali che sono le stesse che attiviamo durante l'atto stesso.
2) Potremmo anche fare alcune riflessioni sull'arte e trovare in queste ricerche un'ulteriore conferma di alcuni aspetti peculiari al fare artistico: comprendere più profondamente il senso dell'importanza che, in tutte le arti, hanno da un lato la manualità e la relazione con la materia concreta e, dall'altra parte, l'immaginazione che, una volta integrata con questa sapienza profonda, è già un fare, con in più quella frenesia verso la realizzazione che può essere vista come l'effetto di quella maggiore attivazione che si rileva nell'ultimo esperimento citato.
Anche per l'artista che lavora con le parole vale lo stesso processo; le parole sono la materia del fare poetico e letterario. Le parole diventano materia, in quanto stanno là, sulla carta. Possono essere lette da altri e possono essere comprese e vissute, riconosciute e fatte oggetto di un nuovo fare e di un nuovo pensare; fanno resistenza, assumono vita propria e l'artista dalle parole che mette lì impara via via come trattarle e come costruire un oggetto tale come lo aveva in qualche modo immaginato, e che lo sorprende o lo appaga o lo delude fino a distruggerlo. Le parole del poeta, come i personaggi del romanziere, stanno lì, autonomi, sono creature materiali, fatte dei pensieri e delle emozioni di chi li ha creati, di quelle specifiche parole, di quei significati, di quelle azioni descritte che ormai fanno parte di un mondo che ha le sue regole e i suoi sensi. L'artista della parola gioca lo stesso gioco del pittore, dello scultore, si cimenta tutte le volte in quell'ideale "duello" che Baudelaire descrive mirabilmente nella poesia "Le soleil":

[...]
Je vais m'exercer seul à ma fantasque escrime,
Flairant dans tous les coins les hasards de la rime,
Trébuchant sur les mots comme sur les pavés,
Heurtant parfois des vers depuis longtemps rêvés.
[...]

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