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Vittorio Beonio Brocchieri

Breve storia della calzatura

Caligari, ciabattini e cuoiai tra medioevo ed età moderna

Forse più che per qualsiasi altro capo di vestiario, nelle scarpe la dimensione strettamente utilitaria, pratica e quella culturale e simbolica si sovrappongono e si confondono. «Non solamente è giovevole – scriveva nel Cinquecento Garzoni - ma necessario che il piede sia calzato o di scarpa o di zoccolo o di pianella o d'altra cosa tal, acciò non resti di continuo soggetto all'eccessivo freddo dell'inverno, al caldo cocente dell'estade, all'umido dell'acque, ai spini della terra, alle punture de' serpi, alla durezza de' sassi, e a tutte queste cose che ponno danneggiare i piedi di color che caminano per viaggio». Ovvio, ma al tempo stesso ricordava che «tutti compariscono lesti e garbati con un bel par di scarpe in piede, o siano alla spagnola o alla napoletana o alla savoina, over con un par de pianelle o di zoccoli belli, come s'usa a' tempi nostri...»

La scelta di un particolare tipo di calzatura, nell'Italia e nell'Europa del medioevo e dell'età moderna, si prestava particolarmente bene ad esprimere una scelta di vita o una condizione sociale. Gli zoccoli di legno dei frati francescani sono simbolo di umiltà e di mortificazione, ed è proprio un francescano del Quattrocento, Giovanni da Capestrano, nel suo Degli ornamenti specie delle donne a scagliarsi contro l'uso da parte delle donne di «sandali rostrati, perforati, appuntiti», evidente e deprecabile manifestazione di orgoglio e di vanità. Nostro Signore non si era forse fatto forare i piedi sulla croce?

Le calzature di ogni genere, fin dal tardo medioevo, furono soggette alla dinamica della moda e, di conseguenza, ai tentativi della legislazione di porre limiti e divieti, per evitare usi impropri, immorali e, soprattutto confusioni fra le classi e i ceti. Le contadine fiorentine, ad esempio, in base alle norme emanate nel 1464, non potevano indossare vere e proprie scarpe ma solo zoccoli di legno, allacciati con strisce di cuoio. Particolari tipi di zoccoli erano riservati, in Sicilia, alle prostitute.

Oggetto di particolare riprovazione da parte dei moralisti era la moda delle calzature alte – le cosiddette "pianelle" cui ricorrevano le donne «per parer maior e belle quando per la via passate», come recita un verso attribuito a Lorenzo il Magnifico. Tra i censori misogini di questa moda non poteva naturalmente mancare Bernardino da Siena, che oltre a stigmatizzarle come strumento di vanità e di inganno, perché alteravano le misure e le proporzioni del corpo, metteva sotto accusa i rischi per l'incolumità di chi le indossava. Un argomento questo non privo di una certa verosimiglianza, dato che alcuni esemplari di "pianelle" risalenti al Quattrocento – conservati al museo Correr di Venezia – raggiungevano i cinquanta centimetri di altezza.

Tra il Trecento e il Quattrocento, la moda prescriveva per le scarpe una punta lunghissima – "à la poulaine" di una foggia che troviamo riprodotta anche nelle armature della stessa epoca. Anche in questo caso censori e legislatori cercarono di porre un limite agli eccessi. Più tardi, tra la fine del Quattro e nel Cinquecento, prevalsero invece le calzature più tozze e squadrate, a "zampa d'orso" che ritroviamo nei ritratti dei grandi dell'epoca, Enrico VIII, Francesco I, Carlo V. Ma l'abbigliamento costituisce un sistema nel quale ogni elemento entra in rapporto con altri. I mutamenti di ognuno dei componenti del sistema si ripercuoteva necessariamente sugli altri. Una svolta fondamentale si ebbe nel Trecento quando le lunghe vesti oltre il ginocchio vennero sostituite da farsetti, lasciando quindi scoperte le gambe. Le calze e le scarpe accrebbero quindi la loro importanza. Tra i due indumenti peraltro il confine poteva essere incerto. Soprattutto nel medioevo erano diffuse le "calze solate", ovvero delle calze alle quali veniva applicata una suola di cuoio. A Venezia venivano prodotte da una categoria specifica di "caligari" detta "solarii".

Prima del Cinquecento, le calze, "solate" o meno, erano separate e i due "gambali" erano allacciati individualmente al farsetto. Successivamente, nel Cinquecento, i "gambali" vennero uniti a formare una specie di braca attillata. In questo tipo da calze-calzoni, l'attillatura era di importanza fondamentale. Alla fine del Quattrocento, al di sopra di questa specie di brache, si portavano spesso anche degli stivali – i "cossali" – anche questi piuttosto attillati e spesso riccamente decorati. Il sistema calze attillate – visibili fin sopra al ginocchio – e scarpe rimase in vigore nelle classi superiori europee fino alla rivoluzione francese. Nel corso del Seicento faceva la sua comparsa anche il tacco, sempre più alto, al cui successo contribuì Luigi XIV, il re Sole, a disagio per la modesta statura. Grande successo ebbero anche gli stivali, alti spesso fin sopra il ginocchio. Nel Settecento il tacco nelle calzature maschili si ridusse fino a sparire, mentre in quelle femminili si affermò definitivamente.

Tutto ciò – le stravaganze e la volatilità della moda, così come i moralismi civili o ecclesiastici - valeva naturalmente per una razione molto ristretta della popolazione. Semplificando un po' si potrebbe dire che il confine fra ricchi e poveri era segnato dal cambiamento di materiale. Le calzature dei poveri, in campagna come in città, erano prevalentemente di legno, zoccoli – sabot - ricavati da un pezzo unico di legno o suole sempre di legno legate al piede da lacci di cuoio. Le calzature in pelle o in cuoio, più o meno lavorato, erano di per sé un lusso riservato a pochi e la loro diffusione sociale e geografica nell'Europa moderna fu lenta. L'agronomo inglese Arthur Young, alla fine del Settecento, individuava proprio nel diverso tipo di calzature usate dai ceti popolari – zoccoli di legno contro scarpe di cuoio – uno degli indizi più sicuri della povertà dei contadini francesi rispetto a quelli inglesi. Nelle campagne italiane, le calzature di cuoio giunsero molto tardi, a fine Ottocento, riservate prima ai giorni di festa e solo lentamente entrate nell'uso quotidiano.

Questo contrasto di materiali corrispondeva anche ad un diversa penetrazione del mercato. Gli zoccoli di legno erano infatti sinonimo di produzione domestica per l'autoconsumo della famiglia. Potevano essere infatti facilmente prodotti dal contadino stesso, con attrezzi semplici. La produzione di scarpe di cuoio – ma vi erano anche scarpe di stoffa – richiedeva invece il possesso di conoscenze e di attrezzature un po' più complesse ed era quindi di competenza di artigiani specializzati, "calzolari" o "caligari" (distinti dai "ciabattini" che si occupavano solo della vendita di calzature usate) che almeno nelle città erano riuniti in corporazioni che dettavano norme precise sulle tecniche di lavorazione e sui materiali da impiegare per salvaguardare il prestigio di cui godeva la produzione cittadina. A Venezia, ad esempio, gli zoccoli dovevano avere la suola in sughero e non in semplice legno e i lacci di cuoio dovevano essere di pelle di capra e non di montone, meno pregiata.

I calzolai si trovavano alla fine di una lunga filiera produttiva che cominciava con i "beccari" e macellai, e proseguiva con i conciatori. Se i calzolai non godevano di una posizione economica sociale elevata, ancora più bassa era la considerazione di cui godevano i conciatori, «essendo tali maestri da tutti conosciuti per vilissimi plebei... hanno un mestiere sporco, fetido, e puzzolente sopra modo» che relegava le loro abitazioni e le loro botteghe ai margini delle città. E' tuttavia proprio nei secoli del tardo medioevo e dell'età moderna che anche in questo settore cominciano a delinearsi specializzazioni regionali destinate a durare nel tempo e a sopravvivere in alcuni casi fino ad oggi, come i distretti calzaturieri di Varese e Vigevano, di Vicenza, delle Marche. Anche in questo settore infatti la produzione italiana del medioevo e dell'età moderna ha goduto a lungo di una fama ineguagliata, in tutta Europa e nel bacino del Mediterraneo. Nei confronti dei "vilissimi" calibri e cuoiai di Milano, Firenze, Venezia, Napoli il made in Italy ha senza dubbio un grande debito.

(01 dicembre 2006)