MARCO SIOLI

Il collasso di Haiti

Ricostruire la lunga storia di Haiti, oggetto di proiezioni e interessi politici ed economici, senza ipocrisie e mistificazioni: anche questo è un mezzo per riscostruire-

(01 febbraio 2010)

...continua

VITTORIO BEONIO BROCCHIERI

L'oblio condiviso

E se il razzismo degli italiani, allontanato e riposto accanto al fascismo come un errore passeggero sia stato in un certo senso strutturale alla nostra identità di stato europeo? Che sia venuto il momento di pensarci?

(01 dicembre 2011)...

CAETANO VELOSO

Haiti

il testo di una canzone del '93, omaggio e lamento dedicato ad Haiti.

(13 gennaio 2010)...

ROSSANA DI FAZIO

Il mio libro di Natale

«Corri corri ragazzo corri...» Ritmo, disegno, narrazione, il romanzo a disegni di Davide Reviati è l'occasione di ripensare a che razza di patto fra le generazioni abbiamo intenzione di tentare.

(24 dicembre 2009)...

CARLA STAMPA

Ci vuole un fisico bestiale

Ci sono settimane cruciali, e ragionamenti e deduzioni che meritano di essere ricordati perchè a raccontarle poi, non ci si crede. Richiedono, anche, grande forza d'animo e nervi saldi...

(21 dicembre 2009)...

Lavori in Corso

I numeri delle donne

Vittorio Beonio Brocchieri

Breve storia della calzatura

Caligari, ciabattini e cuoiai tra medioevo ed età moderna

Forse più che per qualsiasi altro capo di vestiario, nelle scarpe la dimensione strettamente utilitaria, pratica e quella culturale e simbolica si sovrappongono e si confondono. «Non solamente è giovevole – scriveva nel Cinquecento Garzoni - ma necessario che il piede sia calzato o di scarpa o di zoccolo o di pianella o d'altra cosa tal, acciò non resti di continuo soggetto all'eccessivo freddo dell'inverno, al caldo cocente dell'estade, all'umido dell'acque, ai spini della terra, alle punture de' serpi, alla durezza de' sassi, e a tutte queste cose che ponno danneggiare i piedi di color che caminano per viaggio». Ovvio, ma al tempo stesso ricordava che «tutti compariscono lesti e garbati con un bel par di scarpe in piede, o siano alla spagnola o alla napoletana o alla savoina, over con un par de pianelle o di zoccoli belli, come s'usa a' tempi nostri...»

La scelta di un particolare tipo di calzatura, nell'Italia e nell'Europa del medioevo e dell'età moderna, si prestava particolarmente bene ad esprimere una scelta di vita o una condizione sociale. Gli zoccoli di legno dei frati francescani sono simbolo di umiltà e di mortificazione, ed è proprio un francescano del Quattrocento, Giovanni da Capestrano, nel suo Degli ornamenti specie delle donne a scagliarsi contro l'uso da parte delle donne di «sandali rostrati, perforati, appuntiti», evidente e deprecabile manifestazione di orgoglio e di vanità. Nostro Signore non si era forse fatto forare i piedi sulla croce?

Le calzature di ogni genere, fin dal tardo medioevo, furono soggette alla dinamica della moda e, di conseguenza, ai tentativi della legislazione di porre limiti e divieti, per evitare usi impropri, immorali e, soprattutto confusioni fra le classi e i ceti. Le contadine fiorentine, ad esempio, in base alle norme emanate nel 1464, non potevano indossare vere e proprie scarpe ma solo zoccoli di legno, allacciati con strisce di cuoio. Particolari tipi di zoccoli erano riservati, in Sicilia, alle prostitute.

Oggetto di particolare riprovazione da parte dei moralisti era la moda delle calzature alte – le cosiddette "pianelle" cui ricorrevano le donne «per parer maior e belle quando per la via passate», come recita un verso attribuito a Lorenzo il Magnifico. Tra i censori misogini di questa moda non poteva naturalmente mancare Bernardino da Siena, che oltre a stigmatizzarle come strumento di vanità e di inganno, perché alteravano le misure e le proporzioni del corpo, metteva sotto accusa i rischi per l'incolumità di chi le indossava. Un argomento questo non privo di una certa verosimiglianza, dato che alcuni esemplari di "pianelle" risalenti al Quattrocento – conservati al museo Correr di Venezia – raggiungevano i cinquanta centimetri di altezza.

Tra il Trecento e il Quattrocento, la moda prescriveva per le scarpe una punta lunghissima – "à la poulaine" di una foggia che troviamo riprodotta anche nelle armature della stessa epoca. Anche in questo caso censori e legislatori cercarono di porre un limite agli eccessi. Più tardi, tra la fine del Quattro e nel Cinquecento, prevalsero invece le calzature più tozze e squadrate, a "zampa d'orso" che ritroviamo nei ritratti dei grandi dell'epoca, Enrico VIII, Francesco I, Carlo V. Ma l'abbigliamento costituisce un sistema nel quale ogni elemento entra in rapporto con altri. I mutamenti di ognuno dei componenti del sistema si ripercuoteva necessariamente sugli altri. Una svolta fondamentale si ebbe nel Trecento quando le lunghe vesti oltre il ginocchio vennero sostituite da farsetti, lasciando quindi scoperte le gambe. Le calze e le scarpe accrebbero quindi la loro importanza. Tra i due indumenti peraltro il confine poteva essere incerto. Soprattutto nel medioevo erano diffuse le "calze solate", ovvero delle calze alle quali veniva applicata una suola di cuoio. A Venezia venivano prodotte da una categoria specifica di "caligari" detta "solarii".

Prima del Cinquecento, le calze, "solate" o meno, erano separate e i due "gambali" erano allacciati individualmente al farsetto. Successivamente, nel Cinquecento, i "gambali" vennero uniti a formare una specie di braca attillata. In questo tipo da calze-calzoni, l'attillatura era di importanza fondamentale. Alla fine del Quattrocento, al di sopra di questa specie di brache, si portavano spesso anche degli stivali – i "cossali" – anche questi piuttosto attillati e spesso riccamente decorati. Il sistema calze attillate – visibili fin sopra al ginocchio – e scarpe rimase in vigore nelle classi superiori europee fino alla rivoluzione francese. Nel corso del Seicento faceva la sua comparsa anche il tacco, sempre più alto, al cui successo contribuì Luigi XIV, il re Sole, a disagio per la modesta statura. Grande successo ebbero anche gli stivali, alti spesso fin sopra il ginocchio. Nel Settecento il tacco nelle calzature maschili si ridusse fino a sparire, mentre in quelle femminili si affermò definitivamente.

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TU COME LA VEDI?

MARIA TERESA PANUNZIO

codice e pin

li vedo "vuoti", come mai?

RAZZISMO O XENOFOBIA?

Per prima cosa, all'elenco dei giorni della memoria che Brocchieri ha fatto all'inizio dell'articolo ne aggiungerei due, rigorosamente ignorati dai me...

E' vero!

Sono assolutamente d'accordo con le Sue conclusioni che d'altronde sarebbe ingenuo non accettare con la documentazione alla quale Lei ha accennato. Ag...