Note sulla candidatura di Umberto Veronesi a capo della futura Agenzia per la sicurezza nucleare
(09 agosto 2010)...continua
Il ritorno del volantino, in casella. Che ne nasca un movimento?
(12 giugno 2010)...Tutto ciò – le stravaganze e la volatilità della moda, così come i moralismi civili o ecclesiastici - valeva naturalmente per una razione molto ristretta della popolazione. Semplificando un po' si potrebbe dire che il confine fra ricchi e poveri era segnato dal cambiamento di materiale. Le calzature dei poveri, in campagna come in città, erano prevalentemente di legno, zoccoli – sabot - ricavati da un pezzo unico di legno o suole sempre di legno legate al piede da lacci di cuoio. Le calzature in pelle o in cuoio, più o meno lavorato, erano di per sé un lusso riservato a pochi e la loro diffusione sociale e geografica nell'Europa moderna fu lenta. L'agronomo inglese Arthur Young, alla fine del Settecento, individuava proprio nel diverso tipo di calzature usate dai ceti popolari – zoccoli di legno contro scarpe di cuoio – uno degli indizi più sicuri della povertà dei contadini francesi rispetto a quelli inglesi. Nelle campagne italiane, le calzature di cuoio giunsero molto tardi, a fine Ottocento, riservate prima ai giorni di festa e solo lentamente entrate nell'uso quotidiano.
Questo contrasto di materiali corrispondeva anche ad un diversa penetrazione del mercato. Gli zoccoli di legno erano infatti sinonimo di produzione domestica per l'autoconsumo della famiglia. Potevano essere infatti facilmente prodotti dal contadino stesso, con attrezzi semplici. La produzione di scarpe di cuoio – ma vi erano anche scarpe di stoffa – richiedeva invece il possesso di conoscenze e di attrezzature un po' più complesse ed era quindi di competenza di artigiani specializzati, "calzolari" o "caligari" (distinti dai "ciabattini" che si occupavano solo della vendita di calzature usate) che almeno nelle città erano riuniti in corporazioni che dettavano norme precise sulle tecniche di lavorazione e sui materiali da impiegare per salvaguardare il prestigio di cui godeva la produzione cittadina. A Venezia, ad esempio, gli zoccoli dovevano avere la suola in sughero e non in semplice legno e i lacci di cuoio dovevano essere di pelle di capra e non di montone, meno pregiata.
I calzolai si trovavano alla fine di una lunga filiera produttiva che cominciava con i "beccari" e macellai, e proseguiva con i conciatori. Se i calzolai non godevano di una posizione economica sociale elevata, ancora più bassa era la considerazione di cui godevano i conciatori, «essendo tali maestri da tutti conosciuti per vilissimi plebei... hanno un mestiere sporco, fetido, e puzzolente sopra modo» che relegava le loro abitazioni e le loro botteghe ai margini delle città. E' tuttavia proprio nei secoli del tardo medioevo e dell'età moderna che anche in questo settore cominciano a delinearsi specializzazioni regionali destinate a durare nel tempo e a sopravvivere in alcuni casi fino ad oggi, come i distretti calzaturieri di Varese e Vigevano, di Vicenza, delle Marche. Anche in questo settore infatti la produzione italiana del medioevo e dell'età moderna ha goduto a lungo di una fama ineguagliata, in tutta Europa e nel bacino del Mediterraneo. Nei confronti dei "vilissimi" calibri e cuoiai di Milano, Firenze, Venezia, Napoli il made in Italy ha senza dubbio un grande debito.
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