MARIO AGOSTINELLI

Sviste

Note sulla candidatura di Umberto Veronesi a capo della futura Agenzia per la sicurezza nucleare

(09 agosto 2010)

...continua

MARIO AGOSTINELLI

La visione economica della Lega e la trappola del federalismo fiscale

Collegare la pretesa del federalismo fiscale con una ipotesi di politica economica centrata sull'impresa e sull'eversione del principio di uguaglianza sociale su scala nazionale: è l'assunto di queste note, estratto di un intervento in uscita il 10 luglio prossimo su "Alternative per il Socialismo".

(05 luglio 2010)...

RHEDA ZIONE

Genuino Clandestino - sotto con le sottoscrizioni!

Un film-documentario sul movimento di resistenza contadina e sulla diffusione di mercatini periodici per lo scambio di prodotti alimentari e per il sostegno ai piccoli produttori.

(21 giugno 2010)...

ROSSANA DI FAZIO

Scrivilo al tuo vicino!

Il ritorno del volantino, in casella. Che ne nasca un movimento?

(12 giugno 2010)...

MONICA DEMATTè

Montagne di tè

Questa pagina odora di montagna; vi si racconta del Monte Wuyi (Fujian), di conoscenza, del pericolo costuituito dal connubio scellerato che potere e il denaro riservano quando hanno per obiettivo appunto solo altro potere e altro denaro (non si riesce quasi mai a parlare veramente d'altro). Ci si respira comunque aria e spazio, quello che serve in questi giorni davvero stretti e scellerati.

(28 maggio 2010)...

Lavori in Corso

I numeri delle donne

Letizia Mencarini

Se lui si mette il grembiule, la famiglia cresce...

Costanzo Pignatelli si era sempre comportato con i suoi figli
come suo nonno Basilio si era comportato con suo padre Raffaele,
e come quest'ultimo si era comportato con lui: in pratica, li aveva
ignorati, limitandosi a rispondergli buongiorno e buonanotte e
a scambiare con loro qualche parola quando erano a tavola».

da S. Vassalli, Cuore di pietra.


Le donne italiane hanno un numero medio di figli tra i più bassi al mondo, meno di un figlio e mezzo a testa. Quali sono le ragioni di questa bassissima fecondità? Una delle possibili spiegazioni risiede nel basso livello di partecipazione degli uomini italiani alle attività domestiche e alla cura dei figli, che continuano ad essere considerate "cose da donne". Se gli uomini collaborano, lo fanno solo marginalmente e sotto sollecitazione, ma il "timone" dell'organizzazione familiare resta saldo in mani femminili. I risultati di alcune ricerche rivelano che, effettivamente, quando gli uomini sono attivi è più probabile che la famiglia cresca.

1. Dove c'è eguaglianza di genere si fanno più figli
Le donne italiane, ormai con un carico medio di figli molto basso, spendono ovviamente una proporzione di tempo relativamente piccola durante il corso della loro vita nel fare e allevare figli, ma hanno tassi crescenti di partecipazione al mercato del lavoro. Questo cambiamento nei tempi di vita femminili implica di per sé la necessità di una maggiore condivisione dei compiti domestici e di cura dei figli. Per molte donne, però, la "doppia presenza" nel mercato del lavoro e nei compiti domestico-familiari si traduce in un pesante carico complessivo di lavoro (una sorta di "doppio turno, "second shift"), proprio perché gli uomini italiani si sono adattati poco ai cambiamenti di vita delle loro partner.
Se ovunque nel mondo permane la specializzazione femminile nel lavoro familiare, è vero però che, tra i paesi occidentali, il contesto italiano rimane caratterizzato da ruoli di genere particolarmente rigidi e tuttora improntati ad un marcato tradizionalismo.

La decisa asimmetria dei compiti di genere che caratterizza le coppie e le famiglie italiane, resa ancora più pesante dalla scarsa disponibilità di servizi per l'infanzia, è molto probabilmente il frutto di una mentalità che si trasforma con molta lentezza.
Il sistema di genere prevalente in ogni società non è altro che il valore attribuito a ciò che, in quel particolare contesto, si ritiene appropriato per il genere femminile e maschile, e che si traduce in norme sociali che prescrivono una certa divisione delle responsabilità e del lavoro pagato e domestico tra uomini e donne nel corso di vita. Esiste una relazione tra tale sistema di genere, in particolare nella sua declinazione rispetto alla ripartizione dei tempi di vita e dei compiti familiari, e il livello di fecondità in un certo paese?
E nelle coppie, un sistema di genere asimmetrico, che "impone" alle donne lavoratrici una tripla presenza nel lavoro retribuito, domestico e di cura dei figli, e che si traduce in un pesante carico complessivo di lavoro femminile, può implicare di per sé la riduzione volontaria del numero di figli?
La risposta sembra essere positiva e la marcata asimmetria di genere e la rigidità del role-set delle coppie sono state indicate proprio tra i fattori che possono contribuire a spiegare la bassissima fecondità italiana. Nella figura 1, il numero medio di figli per donna è messo in relazione ad un indice che misura l'empowerment delle donne tenendo conto di una pluralità di indicatori (ad esempio il livello di istruzione, la partecipazione e posizione nel mercato del lavoro) rispetto agli altri paesi (GEM – gender empowerment index). Si evidenzia una significativa relazione diretta: in altre parole, se si confrontano i paesi europei, sono proprio quelli dove c'è maggiore simmetria di genere ad avere livelli di fecondità più alta.
Nei paesi dell'Europa del Sud, al pari di quelli settentrionali, c'è stato un aumento straordinario dei livelli d'istruzione femminile, tanto che le generazioni più giovani di donne hanno livelli medi più alti di quelli dei coetanei maschi. È ovvio quindi, che anche in questi paesi,una proporzione sempre più alta di giovani donne, istruite, non costruisca più la propria "identità" sociale solo attraverso il matrimonio e la famiglia, ma voglia anche lavorare, conquistare l'autonomia economica, ricoprire così altri ruoli rispetto a quello di moglie e madre. A questa crescente eguaglianza fuori della famiglia non ha però corrisposto la stessa tendenza all'interno delle relazioni di coppia e delle famiglie. Possiamo dire che l'uguaglianza di genere non varca la "porta di casa", dove i ruoli restano imperniati alla tradizione.
Insomma, non sembra casuale che proprio nei paesi dove le coppie sono rimaste più vicine al modello tradizionale dell'uomo principale, se non unico, "percettore di reddito" (male bread-winner), dove il lavoro femminile trova limitazioni dalla mancanza di servizi di supporto alla famiglia, e dove l'organizzazione sociale rende difficile combinare lavoro e famiglia, i livelli di fecondità siano colati a picco.
In questi contesti, nelle coppie che non possono permettersi un forte ricorso ad aiuti esterni familiari o a pagamento, se gli uomini non contribuiscono al lavoro di cura e domestico, le opportunità per le donne in campo lavorativo possono infatti essere severamente compromesse proprio dall'avere figli. E questa situazione, di per sé, può spingere molte donne a ridurre il numero di figli o addirittura a rinunciare alla maternità.

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I numeri delle donne
Figli? No, grazie! Le funambole tra lavoro e...

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