Note sulla candidatura di Umberto Veronesi a capo della futura Agenzia per la sicurezza nucleare
(09 agosto 2010)...continua
Il ritorno del volantino, in casella. Che ne nasca un movimento?
(12 giugno 2010)...La pubblicità di una nota marca di automobili mostra un gruppo di donne che al mattino presto, per
affrontare la giornata, si carica con il possente e grintoso grido maori, portato alla ribalta dalla squadra
di rugby della Nuova Zelanda. Un rito collettivo necessario per affrontare gli impegni quotidiani del
lavoro, la cura dei figli e della casa, in un vorticoso succedersi di obblighi e responsabilità.
Eppure, nel panorama europeo, le donne italiane si distinguono per due primati: un’esigua
partecipazione lavorativa (seppure crescente tra le giovani) e al tempo stesso un bassissimo livello di
fecondità. Questa situazione è il risultato di due diversi fallimenti: da una parte la maggiore fatica delle
donne, nonostante i crescenti successi scolastici, ad accedere ad un lavoro retribuito e a conservarlo
se hanno impegni familiari, dall’altra la difficoltà ad avere il numero desiderato di figli, se lavorano.
Il principale problema della bassa fecondità italiana, in effetti, è la riduzione consistente delle nascite di
secondo e terzo ordine; la fecondità realizzata nel 2004 è di appena 1,3 figli per donna, nettamente
inferiore al numero desiderato, che secondo molte indagini è pari a poco più di due figli per donna.
Circa 3 su 4 madri al primo figlio hanno dichiarato che vorrebbero averne altri (Istat 2006): ma perché
alla fine solo poche realizzano compiutamente i loro desideri?
Ci sembra utile esaminare quali siano le difficoltà che incontrano le donne e cosa le spinge al pesante
aut aut: rinunciare tout court alla maternità o limitarsi ad avere un solo figlio per
conservare il proprio lavoro, o, invece, per appagare il desiderio di una famiglia più numerosa,
abbandonare completamente il proprio ruolo professionale.
Le coraggiose che cercano di conciliare vita professionale e maternità si trovano a camminare su una
fune sospesa tra le responsabilità della propria occupazione e le richieste di cura della famiglia, ancora
così poco condivise con i propri partner (Mencarini 2007). Sono le “funambole della conciliazione”,
quelle del rito maori, per intenderci.
Ma che tipo di difficoltà devono affrontare le madri lavoratrici italiane, quelle che scelgono di tentare di
mantenere il proprio lavoro senza rinunciare alla maternità, quelle che scelgono di camminare in
equilibrio, a piccoli volitivi passi, su una sottile fune sospesa, tra i rischi di due penalizzanti rinunce?
Qual è il bilanciere che le aiuta a non precipitare e a restare in equilibrio malgrado le insidie? Quali
sono gli strumenti che impediscono loro di precipitare? In quali casi, invece, la conciliazione appare
impossibile?
Vediamo prima di tutto alcuni – tristi – primati italiani dal lato dell’occupazione femminile.
1. Istruzione e lavoro: i numeri delle donne
I successi ottenuti dalle italiane dal lato dell’istruzione sono innegabili, ma pare che non siano
sufficienti a garantire il conseguente successo occupazionale. Nel 1950-51 si iscrivevano alle scuole
superiori il 7,1% delle donne e l’11,8% degli uomini, mentre nel 2001-2002, le donne si trovano in una
situazione di sostanziale parità rispetto agli uomini (89,8% e 89,5%) (Istat 2004).
Nell’università la crescita della partecipazione femminile dal dopoguerra ad oggi è stata ancora più
sorprendente: nel 1950-51 le studentesse universitarie erano un’eccezione (2,1% contro il 6% degli
uomini), mentre oggi si iscrivono a corsi universitari 40 ragazze su 100 coetanee, contro 31 ragazzi su
100. Se nel 1950-51 le donne erano appena un quarto degli iscritti, nel 2001-2002 sono diventate più
della metà, il 55,6% (Istat 2004). Le studentesse ottengono, in media, votazioni migliori dei loro
colleghi (non solo nelle lauree tradizionalmente “femminili”) e sono più veloci nel completare gli studi,
ma pare che tutto questo non basti per garantire un più facile accesso al mercato del lavoro
(Castagnetti e Rosti 2006).
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