Dodi Conti in “BEVABBE'”

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Dodi Conti in “BEVABBE'”

C’erano una volta le sale cinematografiche cosiddette a “luci rosse”. In verità qualcuna si trova ancora per le vie delle nostre città a testimonianza di un microcosmo in estinzione fatto degli ultimi frequentatori di luoghi dove la proiezione del film porno era soprattutto un pretesto, un’occasione propizia per realizzare desideri e fantasie, per “fare sesso” soddisfacendo voglie e bisogni e scacciando il “fantasma d’amore”. Cinema Cielo era una sala di Milano, ora chiusa, alla quale Danio Manfredini ha dedicato uno spettacolo che porta a teatro i rapporti vissuti tra le poltroncine sgangherate e i corridoi, le tende di velluto e i bagni maleodoranti. Sul sipario chiuso è proiettata la foto dell’esterno del cinema milanese e, quasi come dal vero, all’apertura della tenda si entra direttamente in sala, platea fittizia contro platea vera. Il film sullo schermo invisibile è “Nostra Signora dei Fiori” dal romanzo di Jean Genet, ambientato negli anni ’40, che racconta di Louis, chiamato Divine, dei suoi amanti, di travestitismo e prostituzione, di omicidi e di vita in carcere, unicamente attraverso il sonoro senza nessuna immagine. Dice Manfredini: “Non mi interessa la ricostruzione storica o di atmosfera. A me interessa il presente. Il film e la sala sono due mondi che rimandano l’uno all’altro. Scorrono autonomamente, indipendentemente, e le parole del film hanno diverse connessioni con quel che accade in sala”.

Il lavoro di Manfredini non rientra nei canoni usuali del drammaturgo che scrive e poi rappresenta, è invece il procedimento di chi parte da una serie di materiali e spunti che vengono sperimentati e modellati sulla scena fino all’efficacia dell’azione teatrale. Oltre un anno di prove per rendere omaggio alla lingua poetica di Genet, privata di ogni implicazione aridamente intellettualistica e confrontata con il linguaggio dei corpi negli spazi, con l’espressività dei gesti e delle intenzioni, alla ricerca di una comunicazione istantanea, semplice ma non semplificata. Il risultato è interessante ma inquietante, convince chi assiste ad un ruolo scomodo che non è quello dello spettatore comune, costringe a farsi carico delle situazioni e a ipotizzare delle soluzioni. L’applauso finale alla fatica degli attori (oltre allo stesso Manfredini, Patrizia Aroldi, Vincenzo Del Prete e Giuseppe Semeraro) è d’obbligo ma appare riduttivo e sbrigativamente risolutorio davanti ad un “discorso” soltanto cominciato e che necessita di uno svolgimento ulteriore e compensativo. All’India fino a domenica 9 novembre e poi in altri teatri italiani. PICCOLO JOVINELLI – Dal 21 novembre al 6 dicembre 2003 – DODI CONTI in BEVABBE’. di Dodi Conti e Paola Mammini regia di Maria Cassi
Dodi Conti, eclettica attrice comica ed autrice, torna sulle scene con Bevabbè, stand-up comedy scritta a quattro mani con Paola Mammini, diretta da Maria Cassi, per un nuovo viaggio ironico attraverso identità sessuali in crisi.
Cosa può accadere ad una donna che decide di abbandonare la sua vita omosessuale, soddisfacente ma ormai troppo trendy, per provare invece una nuova esistenza eterosessuale?
La faccenda assume i toni e i colori di una originale, divertente, maldestra iniziazione. Più che una scoperta del variegato, confuso e conosciuto per sentito dire.. universo maschile, si trasformerà in una vera e propria educazione sentimentale senza esclusioni di colpi, sorprese, ripensamenti, incidenti di percorso.. con quel giusto mix fatto di piacevoli fatalità e un po’ di sfiga… in cui non si sa come… chiunque si sentirà qua e là chiamato in causa… uomini e donne, perché ce n’è per tutti…
Natalia Aspesi come punto di riferimento dei sentimenti del nuovo millennio espressi con tanto di prologo impegnato e di sinistra sulla posta del cuore del venerdi… sindrome di Peter Pan… donne che si lamentano degli uomini, ma chi è senza peccato… complesso di Edipo… signore eterosessuali improvvisamente attratte dall’esperienza omosessuale… mamme onnipresenti… amiche incasinate… sesso amore e tradimenti… La scelta finale non potrà essere che una sola. E in quella probabilmente nessuno si riconoscerà.