La nuova età d’oro del cinema italiano

Il cinema italiano sta vivendo un periodo d’oro, con registi come Paolo Sorrentino e Giuseppe Tornatore che stanno diventando sempre più cruciali nel settore. Ma ci sono anche altri registi da tenere d’occhio. Tra questi, Roberto Benigni, Laura Bispuri ed Elio Petri.

Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino è un rinomato regista italiano. Ha uno stile cinematografico unico e ha lavorato in vari generi. Ha realizzato molti film acclamati dalla critica e ha scritto e diretto diverse coproduzioni internazionali di successo.

Nel corso della sua carriera, Sorrentino ha esplorato temi come la religione, la politica e la fragilità emotiva degli anziani. Il suo lavoro è noto per il distacco, il forte senso del gusto visivo e la sensibilità per i dettagli.
Nel suo ultimo film, La mano di Dio, Sorrentino torna nella città balneare napoletana della sua giovinezza. Ritrae l’adolescente Fabietto Joyclub Scisma mentre inizia a crescere. Durante la sua ricerca di un amore duraturo, incontra una ragazza del posto, Patrizia, che ha una malattia mentale. Potrebbe firmare con la squadra di calcio locale di lei. Ma la tragedia che segue dimostra che l’amore non è sempre quello che sembra.

Lo stile di Sorrentino è simile a quello di Fellini. Entrambi i registi tendono a mettere parte di se stessi nell’immagine del loro eroe. Ed entrambi hanno un forte senso del surrealismo.

Con La grande bellezza, Sorrentino ha vinto l’Oscar per il miglior film straniero. Tra gli altri titoli, le serie HBO The Young Pope e Il Divo. Inoltre, il suo film Polvere di Napoli ha vinto il Bafta e il Premio Solinas per la sceneggiatura.

Come scrittore, regista e direttore della fotografia, Sorrentino ha lavorato in molti stili diversi. Dal classico al moderno, il suo lavoro ha raggiunto un vasto pubblico in tutto il mondo.

Ettore Scola

Se c’è una persona che può essere definita il faro della Golden Age del cinema italiano del secondo dopoguerra, questa è Ettore Scola. È stato un regista italiano che ha diretto quasi 40 film in quasi quattro decenni.

Nato nel 1931 ad Avellino, in Campania, Scola ha studiato medicina all’Università di Roma prima di dedicarsi alla giurisprudenza. Il suo coinvolgimento con il Partito Comunista lo ha reso una forte voce politica nell’industria cinematografica. Dopo essere entrato nel mondo del cinema come sceneggiatore nel 1964, ha riorientato la sua carriera verso la regia.

Noto per il suo uso dello spazio e per il mix di commedia e dramma, i film di Scola trattano spesso di politica, storia e ruoli di genere. I suoi film sono anche ampiamente accessibili al pubblico internazionale.

Le commedie di Scola sono state ampiamente apprezzate all’inizio della sua carriera. Ha lavorato anche come autore comico per programmi radiofonici. Tuttavia, alla fine degli anni Sessanta è diventato più attivo politicamente. Negli anni ’80 è stato ministro ombra della cultura per il Partito Comunista Italiano.

Conosciuto per l’uso della commedia d’urto, è stato una voce cruciale nell'”età dell’oro” dell’industria cinematografica italiana. Come regista maturo, alla fine degli anni Sessanta ha ottenuto il plauso della critica.

Per i suoi sforzi, Scola è stato candidato a cinque premi Oscar per il miglior film straniero. Inoltre, nel 1978 ha ricevuto il Golden Globe per il miglior film straniero per Una giornata particolare.

Elio Petri

Elio Petri è stato un regista e scrittore italiano. È nato a Roma nel 1929. La sua carriera cinematografica inizia con il suo primo film, L’asino, nel 1961.

Elio Petri è l’unico figlio di una modesta famiglia romana. Ha studiato letteratura e cinema all’Università di Roma. Iscritto al Partito Comunista fino al 1956, lo lascia quando l’invasione dell’Ungheria rende l’Italia vulnerabile.

All’inizio degli anni Sessanta, Petri è stato critico cinematografico presso L’Unita. Faceva parte della cellula locale del Partito Comunista Italiano. Dopo l’invasione ungherese, lasciò il PCI Redtube e iniziò la sua carriera di regista cinematografico.

Petri scrisse sceneggiature per altri registi. Lavorò con Tonino Guerra ed Ennio Morricone. I film di Petri erano basati su questioni sociali e politiche di quel periodo. Di conseguenza, negli anni Settanta i suoi film erano spesso carichi di significato politico.

Petri ha diretto diversi documentari e cortometraggi. Il suo film più famoso, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, ha vinto l’Oscar come miglior film in lingua straniera. Questo film è una parabola sprezzante sul potere.

La filmografia di Petri comprende dieci lungometraggi. Il suo lavoro, caratterizzato da visioni oniriche, spazia dalla commedia al dramma al thriller. Lo stile del regista ricorda quello di Michelangelo Antonioni. Tuttavia, la sua reputazione è stata oscurata dal mondo del cinema internazionale.

Pur non essendo un nome molto conosciuto, Elio Petri ha lasciato un ritratto incisivo della società italiana. Purtroppo, i suoi film avrebbero potuto essere più complessi per una superficiale analisi formale.

Giuseppe Tornatore

Il regista italiano Giuseppe Tornatore è uno dei più prolifici della nuova generazione di grandi registi italiani. Ha realizzato molti film ambientati in Italia e in una vasta gamma di contesti europei. Il suo stile è stato recentemente descritto come “fattualità e intimità”.

Lo stile di Tornatore è radicato in una narrazione nostalgica e in una ricerca storica sul passato. Ha mostrato interesse per il mondo francese e spagnolo, ma ha anche esplorato la sua Sicilia. Il suo stile, che combina la fattualità con un senso di intimità, è particolarmente evidente in Cinema Paradiso, che ha vinto l’Oscar come miglior film straniero nel 1990.

In Cinema Paradiso, Salvatore, figlio di un proiezionista, viene mostrato come un prodotto delle sale cinematografiche della “Golden Age” del cinema italiano. Tuttavia, da giovane, scopre che il nuovo cinema ha una realtà diversa dalla sua. Questo viene illustrato attraverso la sua amicizia con Toto, un ragazzino che ama il cinema.

Il film mostra la paura di Salvatore di veder scivolare via il vecchio ordine. Crescendo, si ispira al cinema di Hollywood e di Cinecittà. Ma quando il padre muore durante il servizio nazionale, Salvatore si ritrova senza contatti con la sua città natale. Quando viene a sapere della morte del proiezionista, torna nella sua città natale.

Cinema Paradiso di Tornatore è un esempio concreto di cinema italiano in ripresa. Studia il rapporto tra il cinema nazionale moderno e il patrimonio classico italiano.

Roberto Benigni

Il regista italiano Roberto Benigni è noto per il suo stile irriverente e i suoi punti di vista controversi. Tuttavia, è un famoso regista e attore che si è guadagnato una reputazione nell’industria cinematografica italiana.

Oltre ai film, Benigni è stato uno scrittore e ha pubblicato diversi libri che trattavano temi come il cattolicesimo e la corruzione al potere. I suoi film hanno anche esplorato la sfera politica e sociale della società italiana.

Uno dei film più noti di Benigni è La vita è bella. Racconta la storia di un ebreo italiano che trova l’amore in un campo di concentramento nazista. Anche se criticato per l’eccessiva drammaticità, il film è valso a Benigni un Oscar per la sua interpretazione.

Inoltre, Benigni ha ricevuto il Leone d’Oro a Cannes per aver contribuito all’industria cinematografica italiana. Il film ha vinto anche il David di Donatello.

Benigni ha avuto una carriera come attore, produttore e regista. È apparso in molti film e spettacoli televisivi, ma è stato principalmente conosciuto per il suo lavoro nel suo paese d’origine. Negli ultimi anni ha recitato in film come Pinocchio, Pornohirsch e To Rome with Love. Tuttavia, Benigni è meno famoso di altri registi italiani degli anni Novanta.

Benigni ha iniziato la sua carriera come attore e comico nei primi anni Settanta. Fa parte di una generazione di attori comici che hanno lavorato nei teatri regionali italiani.

Laura Bispuri

Laura Bispuri è una delle più promettenti registe italiane. Con il suo film “Passing Time” si è guadagnata un posto nella nuova età dell’oro del cinema italiano.

Uno dei suoi primi cortometraggi, “Passing Time”, ha vinto il David di Donatello. Si è laureata in cinema alla Sapienza di Roma. Ha poi frequentato il Fandango Lab Workshop, dove ha studiato con i direttori della fotografia Francesco Garrone e Paolo Sorrentino. Il suo documentario, Via del Pigneto, è stato prodotto nel 2003.

Ha debuttato alla regia con Sworn Virgin, presentato in anteprima mondiale alla Berlinale nel 2015. Il film esplora la maternità, i conflitti di classe e la giustizia sociale. Il film è stato anche selezionato per l'”Atelier de la Cinefondation” del Festival di Cannes.

Il suo terzo lungometraggio, Daughter of Mine, sarà una coproduzione con Rai Cinema e un partner francese. Una bambina di nove anni è divisa tra la sua madre biologica e quella adottiva. Crescendo, scopre lentamente la sua vera identità.

Laura Bispuri è regista, sceneggiatrice e documentarista. I suoi film sono stati premiati dal Tribeca Film Festival, dal Firebird Award all’Hong Kong Film Fest, dal Golden Gate New Directors Prize al San Francisco Film Festival e dal Nastro d’Argento per i talenti emergenti.

La sua filmografia è strettamente legata al nord rurale italiano. I film da lei diretti, Felice come Lazzaro e Felice come Lazzaro, esplorano la vita di Lazzaro, un giovane bracciante.

Dodi Conti in “BEVABBE’”

C’erano una volta le sale cinematografiche cosiddette a “Deutsche pornos”. In verità qualcuna si trova ancora per le vie delle nostre città a testimonianza di un microcosmo in estinzione fatto degli ultimi frequentatori di luoghi dove la proiezione del film porno era soprattutto un pretesto, un’occasione propizia per realizzare desideri e fantasie, per “fare sesso” soddisfacendo voglie e bisogni e scacciando il “fantasma d’amore”. Cinema Cielo era una sala di Milano, ora chiusa, alla quale Danio Manfredini ha dedicato uno spettacolo che porta a teatro i rapporti vissuti tra le poltroncine sgangherate e i corridoi, le tende di velluto e i bagni maleodoranti. Sul sipario chiuso è proiettata la foto dell’esterno del cinema milanese e, quasi come dal vero, all’apertura della tenda si entra direttamente in sala, platea fittizia contro platea vera. Il film sullo schermo invisibile è “Nostra Signora dei Fiori” dal romanzo di Jean Genet, ambientato negli anni ’40, che racconta di Louis, chiamato Divine, dei suoi amanti, di travestitismo e prostituzione, di omicidi e di vita in carcere, unicamente attraverso il sonoro senza nessuna immagine. Dice Manfredini: “Non mi interessa la ricostruzione storica o di atmosfera. A me interessa il presente. Il film e la sala sono due mondi che rimandano l’uno all’altro. Scorrono autonomamente, indipendentemente, e le parole del film hanno diverse connessioni con quel che accade in sala”.

Il lavoro di Manfredini non rientra nei canoni usuali del drammaturgo che scrive e poi rappresenta, è invece il procedimento di chi parte da una serie di materiali e spunti che vengono sperimentati e modellati sulla scena fino all’efficacia dell’azione teatrale. Oltre un anno di prove per rendere omaggio alla lingua poetica di Genet, privata di ogni implicazione aridamente intellettualistica e confrontata con il linguaggio dei corpi negli spazi, con l’espressività dei gesti e delle intenzioni, alla ricerca di una comunicazione istantanea, semplice ma non semplificata. Il risultato è interessante ma inquietante, convince chi assiste ad un ruolo scomodo che non è quello dello spettatore comune, costringe a farsi carico delle situazioni e a ipotizzare delle soluzioni. L’applauso finale alla fatica degli attori (oltre allo stesso Manfredini, Patrizia Aroldi, Vincenzo Del Prete e Giuseppe Semeraro) è d’obbligo ma appare riduttivo e sbrigativamente risolutorio davanti ad un “discorso” soltanto cominciato e che necessita di uno svolgimento ulteriore e compensativo. All’India fino a domenica 9 novembre e poi in altri teatri italiani. PICCOLO JOVINELLI – Dal 21 novembre al 6 dicembre 2003 – DODI CONTI in BEVABBE’. di Dodi Conti e Paola Mammini regia di Maria Cassi

Dodi Conti, eclettica attrice comica ed autrice, torna sulle scene con Bevabbè, stand-up comedy scritta a quattro mani con Paola Mammini, diretta da Maria Cassi, per un nuovo viaggio ironico attraverso identità sessuali in crisi.
Cosa può accadere ad una donna che decide di abbandonare la sua vita omosessuale, soddisfacente ma ormai troppo trendy, per provare invece una nuova esistenza eterosessuale?

La faccenda assume i toni e i colori di una originale, divertente, maldestra iniziazione. Più che una scoperta del variegato, confuso e conosciuto per sentito dire.. universo maschile, si trasformerà in una vera e propria educazione sentimentale senza esclusioni di colpi, sorprese, ripensamenti, incidenti di percorso.. con quel giusto mix fatto di piacevoli fatalità e un po’ di sfiga… in cui non si sa come… chiunque si sentirà qua e là chiamato in causa… uomini e donne, perché ce n’è per tutti…

Natalia Aspesi come punto di riferimento dei sentimenti del nuovo millennio espressi con tanto di prologo impegnato e di sinistra sulla posta del cuore del venerdi… sindrome di Peter Pan… donne che si lamentano degli uomini, ma chi è senza peccato… complesso di Edipo… signore eterosessuali improvvisamente attratte dall’esperienza omosessuale… mamme onnipresenti… amiche incasinate… sesso amore e tradimenti… La scelta finale non potrà essere che una sola. E in quella probabilmente nessuno si riconoscerà.

All’Olimpico di Roma fino al 23 novembre

Nel 1949 il regista William Wyler girò per la Paramount il film “L’ereditiera” con Olivia De Havilland e Montgomery Clift, da un adattamento teatrale di “Washington Square”, romanzo scritto nel 1881 da Henry James, scrittore newyorkese di origine irlandese. Catherine Sloper , ricca zitella, s’illude di aver trovato l’amore nell’affascinante Morris Townsend che invece mira soltanto alla cospicua dote dell’attempata fanciulla. Nel 1982 la Cooperativa Teatrale “Il Carro” mise in scena “Napoli-Hollywood…un’ereditiera?”, scritto a quattro mani da Annibale Ruccello e da Lello Guida che trasferirono la vicenda da New York al golfo di Sorrento. Così i protagonisti diventarono Caterina Morlicchio e Felice Sciosciammocca, contornati da personaggi pittoreschi fra i quali non poteva mancare la maschera campana per eccellenza, il “candido” Pulcinella. Ma veniamo al 2003: Arturo Cirillo, giovane regista e attore, decide di riproporre “L’ereditiera” con la compagnia del Nuovo Teatro Nuovo di Napoli, uno Stabile d’innovazione, un luogo di sperimentazione culturale che contribuisce notevolmente alla vitalità della città. Dichiara Cirillo: “Questo strano testo, pieno di musica e canto, è un continuo andirivieni tra passato e presente. Ci si entra come fosse un giallo e se ne esce senza né l’assassino né il cadavere, il maschile scivola nel femminile e viceversa, è un dramma travestito da farsa.” Dramma e farsa che si deformano e trasformano in un divertentissimo esercizio di stile che usa la musica, le canzoni, la recitazione, i doppisensi, i costumi e i travestimenti, per un travolgente viaggio tra generi come la sceneggiata, la telenovela, il musical, il balletto, l’avanspettacolo, la commedia Romanesti. La musica e le canzoni fanno parte imprescindibile del testo: si va dalla roboan te sigla della major cinematografica statunitense, a “Voce ‘e notte” di Nino D’Angelo, ad un’aria della “Traviata”, a “Mediterranean sundance” di De Lucia-Di Meola, a “Zappatore”, a “Sotto ‘e cancelle” di Angela Luce, al leit-motiv di “Via col vento”, a “Renato” di Mina. Una serata di risate che lasciano un retrogusto amarognolo che si dissolverà in una successiva riflessione. Fa bene al cuore e all’anima godere di uno spettacolo di buon livello, nutre la mente l’arte sopraffina che nasce dall’onesta passione per la rappresentazione scenica. Merito di una compagnia di professionisti come Monica Piseddu (Caterina), Giovanni Ludeno (Felice), Rosario Giglio (Don Benedetto), Michelangelo Delisi ( Don Ciccillo e Donna Margherita), Antonella Romano (Teresa) e Salvatore Caruso (Pulcinella). Su tutti particolare menzione, se non altro per la doppia fatica, ad Arturo Cirillo e alla sua esilarante Lavinia, la zia “en travesti” di Caterina, un personaggio che diventa un’icona, una figura camp che potrebbe “uscire” dalle pagine del copione per vivere di vita propria e deliziarci ancora con altre performance.

Le repliche continuano al Teatro Nuovo fino al 23 novembre XNXX e Xvideos e redtube. La tournée comincerà soltanto tre giorni dopo, il 26, a Casalecchio di Reno (Bo), poi toccherà Grosseto, Pistoia, Castellammare di Stabia, Buti, infine approderà al Teatro Vittoria di Roma dal 9 al 21 marzo 2004.

Madame Lula (Teresa Vallejo) riceve la giovane attrice Eugenie (Sonia Segura) per sottoporla ad uno speciale provino per un eventuale film pornografico. L’incontro si trasforma in una vera lezione di sesso che travolge la ragazza sottoposta alle carezze e ai baci di Madame raggiunta successivamente dall’incestuoso fratello Giovanni (Pau Gomez) e dall’autoritario Dolmancé (Pedro Gutierrez). Eugenie viene convinta a partecipare ad un corso accelerato di educazione sessuale, una sorta di galateo dei piaceri e dei dolori carnali. Questa in sintesi il testo di “XXX”, ultima fatica del gruppo catalano Fura Dels Baus, compagnia che produce un teatro estremo, forte, violento, provocatorio attraverso l’uso di mostruose macchine cibernetiche, l’esposizione dei corpi nudi che si incontrano e si scontrano, la riproposizione antropologica di rituali primitivi. Lo spunto per “XXX” è dato da “La filosofia nel boudoir”, un romanzo scritto nel 1795 dal Divino Marchese, quell’Alphonse Donatien De Sade che fu imprigionato, nella Bastiglia prima e nel manicomio di Charenton dopo, per aver sovvertito la morale comune con le sue opere pervase di sfrenato erotismo e di furore distruttivo. De Sade offre alla Fura un efficace pretesto per parlare di pornografia contro la pornografia, un’occasione propizia per un viaggio lussurioso come antidoto all’ipocrisia delle convenzioni sociali. Le scene di “XXX” sono un collage di azioni dal vero e di immagini registrate, tutto allo scopo di coinvolgere il più possibile lo spettatore. Ecco quindi l’immagine ingrandita di un orifizio anale che si contrae espellendo un magma luminoso che si espande su tutto lo schermo. Subito dopo appare la scritta “Un mondo migliore è possibile” tracciata con una modalità alquanto curiosa.

Si continua con un’esposizione completa e trasgressiva di accoppiamenti multipli sia etero che omo, sesso anale e orale, masturbazioni, session sadomaso, esibizionismo, infibulazione, sesso virtuale attraverso le videochat di internet. L’uso continuo di piccole videocamere rimanda sullo schermo ogni piccolo dettaglio anatomico e fisiologico in una sorta di delirio voyeuristico imposto. E ancora rapide incursioni nel mercato televisivo del sesso, con spot che pubblicizzano improbabili e agghiaccianti macchine coitanti, sessi maschili e femminili riprodotti in scala maggiore per soddisfare la voglia di dimensioni spropositate. Dichiara Madame Lula, affascinante pornostar: “Negli Stati Uniti la vagina artificiale che riproduce la mia fica è venduta in centinaia di migliaia di esemplari, ha superato il numero di copie della Bibbia. E’ un oggetto democratico, può dare piacere a moltissime persone in tutto il mondo, uomini e donne di tutte le età e condizioni.” Ma ecco che gli interpreti scendono in platea per scuotere ulteriormente gli spettatori con domande sui comportamenti sessuali e per convincerli ad esibirsi e a denudarsi. L’impresa non ottiene molti consensi a dimostrazione pratica delle nostre inibizioni e della cultura sessuofobica che ci condiziona da secoli. Il messaggio è chiarissimo: il mondo è cambiato moltissimo dai tempi del Divino Marchese, bisogna riflettere sul ruolo del sesso nelle nostre esistenze. Al freddo distacco del virtuale opponiamo la realtà carnale della vita e della morte, sconfiggiamo il sesso commerciale e globalizzato della pornografia industriale con il nostro impegno erotico partecipato. XXX, vietato ai minori di 18 anni, sarà all’Olimpico di Roma fino a domenica 23 . Dal 26 al 28 novembre il nuovo palcoscenico sarà quello del Teatro Sashall di Firenze.

Gianni Rossi Barilli

È partita il 12 ottobre su Gay.tv la lunga marcia di Queer as folk (versione americana), un serial rigorosamente gaio che negli Stati Uniti e in Canada è già un fenomeno di culto e sta per tagliare felicemente il traguardo della quarta stagione televisiva Gli americani amano fare le cose in grande. Perciò quando quattro anni fa hanno di rifare in salsa yankee la miniserie televisiva britannica Queer as folk (prodotta da Channel 4 in dieci episodi, ora anche su videocassetta, vedi box a pagina___), hanno pensato di rimpolparla un po’. La cura ha funzionato così bene che finora gli episodi prodotti sfiorano la sessantina, mentre si prepara un nuovo ciclo di puntate che saranno trasmesse in Nordamerica dai canali a pagamento Showtime e Showcase a partire dalla primavera prossima.

È chiaro però che a questo punto il prodotto è un po’ cambiato. La “scena” si è trasferita da Manchester a Pittsburgh Usa, i personaggi hanno facce e nomi diversi e la storia si è trasformata in un sontuoso polpettone dai ritmi lenti quasi come la nostra esistenza. Sempre di polpettone gay comunque si tratta, anzi di un’enciclopedia delle omosessualità che una puntata dopo l’altra propone modelli di comportamento e parla di molti aspetti della vita gay e lesbica, se non proprio di tutti: il coming out, l’amore, la coppia, il battere, la maternità/paternità gay/lesbica, l’orgoglio e il pregiudizio, la discoteca, le droghe, l’Aids eccetera.

Una vera saga, insomma, con l’ambizione di rappresentare la realtà in modo attendibile. A cominciare dal sesso, che viene raccontato a volte nel modo più esplicito concesso dalla destinazione televisiva, il che in Italia pare senz’altro motivo sufficiente per scoraggiare la messa in onda della serie da parte di una rete di grande ascolto.

Per fortuna quindi che c’è il satellite e che c’è Gaytv, che aveva già trasmesso l’anno scorso la versione inglese di Queer as folk e trasmette ora le prime tre serie di quella americana. Una puntata ogni domenica (dal 12 ottobre) per un totale di cinquantasei episodi.

“Avere questo telefilm su Gay”, dice Giampaolo Marzi, responsabile per le acquisizioni di cinema e fiction della rete, “è un piccolo miracolo, che siamo riusciti a realizzare perché abbiamo avuto come interlocutori persone disponibili e intelligenti. La serie è un prodotto di qualità e di successo, come dimostra il fatto che sia arrivata al quarto anno di programmazione e che la produzione abbia deciso nelle ultime due stagioni di dare un’ulteriore spinta qualitativa al progetto, coinvolgendo autori e registi molto in gamba. Negli Stati Uniti Queer as folk è stato un fenomeno di grande rottura, televisivamente, e ha portato ad alti livelli la rappresentazione dell’omosessualità in Tv, aprendo la strada a successive operazioni. Il successo è testimoniato anche dai fans club, dal commercio di videocassette, dvd e gadget vari e dalla carriera che alcuni dei protagonisti hanno fatto grazie alla serie”.

Per quanto riguarda i fans, basta un’occhiata nel web per avere un’idea. Digitando “queer as folk” su Google escono fuori 272.000 rimandi e si fa subito conoscenza con il pubblico più impegnato. Nella home page di Fun-fucking-tastic, sito ufficiale dei fans di Queer as folk, si legge per esempio: “Cosa posso dire per descrivere Queer as folk che possa realmente comprendere tutto quello che significa per me? Niente, davvero. Se sei come me e praticamente respiri Queer as folk, unisciti a noi!”.

A un altro link si trova un test per misurare la propria “Queer as folk personality” e a un altro ancora si incontra un gruppo di veri irriducibili, che non per niente si è battezzato “Queer as folk addiction” (dipendenza da Queer as folk). I frequentatori di questo sito sono devoti in modo particolare alla presenza scenica, in effetti molto favorita da madre natura, del giovane Gale Harold (di cui ultimamente si è accorto anche il cinema), che appare decisamente a proprio agio nei panni del sex symbol della storia Brian Kinney.

Già nella prima puntata l’abbiamo visto passare all’azione, svestito di tutto punto, in scene d’amore tenero e selvaggio.

Non serve alcuno sforzo d’immaginazione per capire perché l’ancor più giovane Justin (interpretato da Randy Harrison, che ha cominciato a lavorare a sette anni e pur avendo ancora i brufoli ha già vinto un premio alla carriera) ha scelto lui per la sua “prima volta”. E neppure stupisce che Brian sia l’oggetto non troppo segreto del desiderio di Michael, l’amico del cuore sempre pronto a correre e soccorrere, di cui Hal Sparks fornisce un’apprezzabilissima versione.

La bellezza di Brian è il motore iniziale della vicenda anche in sensi meno prevedibili, perché di sicuro, se questo rampante (e un po’ arrogante) pubblicitario di Pittsburgh che passa le sue nottate a sconvolgersi di droghe e sesso non fosse stato così bello, non sarebbe venuto in mente a due amiche lesbiche di sceglierlo come donatore di sperma per avere un bambino.

Poi comunque la storia si complica e sulla lunga distanza, come il genere richiede, c’è spazio per tutti gli elementi del gruppo, ognuno con le sue gioie, le sue pene e le sue differenze in un universo gay che non è fatto solo di bella vita e tacchi a spillo, ma nemmeno solo di clandestinità e tragedia come da cliché.

È il caso di sottolineare ancora che questo modo di raccontare, in televisione, è un progresso verso l’abolizione della censura del desiderio omosessuale, e quanto questo sia importante è testimoniato a dall’influenza che i modelli televisivi hanno, nel bene e nel male, sulla maggior parte delle persone. È un passo avanti anche rispetto a sit-com brillanti come Ellen e Will & Grace, che parlano molto di sesso ma solo scherzando, e non a caso sono passate abbastanza tranquillamente sui nostri teleschermi maggiori. Per Queer as folk, invece, non c’è stato niente da fare. Qualcuno forse ricorderà che due anni fa (prima che la trasmettesse Gay.tv via satellite) la versione inglese della serie era stata inserita nel palinsesto de La 7, ma la rete all’ultimo momento decise di non mandarla in onda dopo una serie di polemiche preventive organizzate dai soliti cattolici, che qualche pressione devono pur averla fatta anche per vie riservate.

Visto che il principale ostacolo all’affermazione dei diritti di cittadinanza degli omosessuali sembra di natura religiosa, è quindi ancora più appropriato definire un “miracolo” l’arrivo di questo tormentone gay sui nostri schermi per intercessione del satellite.

QUEER AS FOLK: le prossime puntate in onda su Gay.tv

EPISODIO 4 (domenica 2 novembre)
Brian scopre che Ted, in coma per overdose, l’ha investito delle sue cure con una specie di testamento, e non sa cosa fare. Insieme a Michael ed Emmett si preoccupa di nascondere la collezione di materiale pornografico dell’amico malato alla madre che vuole visitarne la casa.
Mentre i tre rovistano nell’appartamento di Ted in cerca del materiale incriminato si imbattono in un piccolo santuario dedicato a Michael.
Intanto Jennifer (Sherry Miller), madre di Justin, chiede molto esplicitamente al figlio se ha un fidanzato, provocando lo shock del ragazzo che si rifugia in casa dell’amica Debbie.
Ted finalmente si riprende dal coma per cogliere Brian in pieno rapporto sessuale con un infermiere.

EPISODIO 5 (domenica 9 novembre)
Justin e sua madre decidono di affrontare sedute specialistiche per risolvere alcuni nodi del loro rapporto.
Ted si convince a non frequentare più i bar gay dopo essere soravvissuto all’overdose.
Michael si procura una storta che fa curare dal dottor David Cameron (Chris Potter), dal quale riceve, oltre alle cure, un invito a cena. Tuttavia le aspettative di Michael vengono disattese dal bel dottore che non intende proseguire a letto l’incontro.

EPISODIO 6 (domenica 16 novembre)
Justin, che si offre di fare da baby sitter a Gus, svela il suo talento di ritrattista a Lindsay, che lo esorta ad esporre presso il “Gay and Lesbian Center”. Durante l’esposizione Brian acquista il suo ritratto nudo, eseguito dal giovane amante.
Ted invece, sempre convinto a tenersi alla larga dai club gay, decide di frequentare un gruppo di trentenni in cerca di qualcosa di più del sesso e incontra un uomo che condivide molti interessi. Nonostante la mancanza di attrazione sessuale fra i due, Ted insiste fino a quando, al momento di consumare, si rende conto di non potercela fare. Affranto ritorna in un locale gay.
Intanto Brian approfitta del suo ascendente su Michael per allontanarlo da David, che furente trascina Michael fuori dal club in cui Brian gli sta procurando droga.

EPISODIO 7 (domenica 23 novembre)
Justin è costretto ad affrontare suo padre Craig (John Furey) che non accetta l’omosessualità del figlio e minaccia di denunciare il suo amante Brian per abuso di minore.
Il weekend romantico in montagna che David e Michael avevano pianificato è interrotto dalla notizia che Brian è vittima di un incidente d’auto. Al ritorno la coppia scopre che la loro presenza non era necessaria ma che Brian aveva semplicemente voluto esercitare ancora una volta la sua influenza su Michael. Intanto Brian apprende che il guidatore sconosciuto, causa dell’incidente, altri non è che il padre di Justin.
Più tardi al “Babylon”, David affronta Brian intimandolo di smetterla di manipolare la vita di Michael.

EPISODIO 8 (domenica 30 novembre)
Il padre di Justin, dopo aver aggredito Brian all’uscita dal “Babylon”, intima al figlio di non frequentare più locali gay se vuole ancora avere una casa. Intanto la madre si reca presso l’ufficio di Brian con l’intenzione di affidargli tutti gli effetti personali del figlio.
Brian è costretto ad affrontare la situazione e convince Justin a parlare con i genitori. Di fronte alle minacce di Craig e Jennifer di cacciare il figlio di casa anche Brian si persuade dell’inutilità ad insistere nel dialogo.
Michael guadagna una promozione al Q Mart ma continua a sentire lo stress causato dalla sua incapacità a dichiarare la propria omosessualità sul lavoro.

BOX 1 (con foto)

Queer as folk in Dvd
Il primo Queer as folk prodotto tra il 1999 e il 2000 dalla rete britannica Channel four esce ora in Dvd e Vhs anche per il mercato italiano (con debito doppiaggio), distribuito da Dynamic Italia e disponibile dalla prima settimana di novembre.
Qui i protagonisti si chiamano Stuart, Vince e Nathan, vivono a Manchester e sono gli originali a cui si ispira la successiva omonima serie americana.
Stuart è il bello, dannato e rampante, Vince l’amico fedele che lo ama in silenzio e Nathan il biondo liceale che se ne innamora perdutamente al primo sguardo.
Le loro storie per niente perfette hanno appassionato e scandalizzato mezzo mondo, e il fatto che siano state tanto rapidamente clonate in America è il segno evidente dell’impatto che hanno avuto. Il racconto, in questa versione originaria composta da due serie per complessivi dieci episodi, è più stringato e graffiante, mentre per quanto riguarda la scelta degli attori il cast del Queer as folk inglese non ha molto da invidiare a quello del ciclo americano. Anche in questo caso, infatti, le doti naturali vanno a braccetto con un ottimo bagaglio professionale, quanto basta a rendere i personaggi affascinanti, convincenti e in grado di emozionare, a dispetto di qualche falla sul piano della narrazione complessiva.
Un’ottima idea per un regalo natalizio.

BOX 2 (con foto)
La Luxuria va di moda
Si intitola “Punti di svista” la nuova rubrica di Vladimir Luxuria in onda ogni domenica su La 7, a partire dalle 23:30 circa, all’interno del programma “Moda” condotto da Cinzia Malvini. Anche Vladimir si occupa a modo suo di costume e tendenze, in collegamento dal salotto di casa sua, con l’assistenza di una “maggiordonna” e di una drag-cameriera in divisa d’ordinanza

BOX 3 (con foto)
Will&Grace prima di cena
Dopo un sensazionale esordio in piena estate, la serie Will&Grace, che ha per protagonisti un avvocato gay e un’arredatrice etero trentenni e newyorchesi, si è guadagnata sul campo il diritto a restare nel palinsenso di Italia 1.
Dal 27 settembre ogni sabato alle 19 la rete Mediaset trasmette gli episodi di questa sit-com, gaia fino all’impossibile, con gran disappunto di qualche gruppo di genitori-censori, che ha tentato senza riuscirci di ottenere uno spostamento dell’orario di programmazione in una fascia “solo per adulti”. Il guaio è che per gli aspiranti censori gli appigli sono davvero pochini, in assenza di immagini scandalose, linguaggio scurrile e simili. Vero è che i personaggi della sit-com parlano di sesso spesso e volentieri, ma usando codici da commedia raffinata, che in genere annoiano a morte i bambini. A meno che non si tratti di bambini che hanno l’opera omnia di Cher sul comodino, nel qual caso la visione di Will&Grace non potrà che risultare utile e pedagogica ed è quindi altamente consigliabile.
Nel cast, oltre a Will e Grace, figurano altri due protagonisti fissi: Jack, una checca pazza e scatenatissima che sembra un po’ la caricatura gay di Paperino, e Karen, una miliardaria alcolizzata e farmacodipendente che spara a raffica battute al vetriolo, ma in fondo ha un cuore d’oro.
Jack, che come Paperino è sempre senza un soldo e lavoro, vive della generosità di Will, mentre Karen usa l’incarico onorario di assistente arredatrice di Grace come alibi per potersi meglio dedicare all’alcol e alle pillole.
La maldestra ricerca di gratificazioni dei vari membri di questo gruppetto, intorno al quale ruota una puntata dopo l’altra una bizzarra folla di parenti, amici, fidanzati e conoscenti (talvolta impersonati da star di gran nome), crea innumerevoli situazioni surreali, che alimentano il ritmo rapido delle battute ironiche su cui si regge il programma.
Un grande gioco di società, che schiaffeggia amabilmente gli stereotipi gay non meno di quelli etero, ma finisce sempre con il sorriso sulle labbra. Litigare, in fondo, è solo un pretesto per fare pace. Basterebbe questo, in un oceano di Tv volgare, per rendere meritoria la messa in onda di Will&Grace.
Bisogna però aggiungere che questa divertente serie rende un servizio prezioso alla comunità, familiarizzando il pubblico con l’umorismo e la cultura gay. Anche se chi non ha esperienza specifica in materia potrebbe pensare, sentendone parlare in Will&Grace, che il fist-fucking sia un nuovo gioco da fare con la Playstation…
Gli episodi ora in onda su Italia 1 erano già stati trasmessi nelle scorse stagioni sui canali satellitari di Telepiù. E sempre sul satellite, il canale Fox di Sky Tv trasmette in queste settimane episodi ancora inediti in Italia.